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giovedì 26 maggio 2011

La Cina, la moratoria sulla pena di morte e quello strano silenzio dei media

Segnalo di seguito un articolo interessante di Gennaro Carotenuto tratto da Giornalismo partecipativo. Fa riflettere in effetti.

La notizia che la Corte suprema cinese abbia dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte è una splendida ed importantissima novità che meriterebbe la prima pagina sui giornali. Va celebrata come un grandissimo trionfo di chi da sempre si è battuto contro la pena di morte anche in quel grande paese. Tuttavia c’è qualcosa che stride…Come si spiega infatti che dopo aver dedicato migliaia di articoli a denunciare l’uso della pena di morte in Cina oggi i nostri media non raccolgano i frutti di un successo che in teoria è anche un po’ loro? Come mai a parte un buon articolo della Repubblica (a p. 19 del cartaceo, online c’è una breve delle 19 di ieri) nulla si trovi sul Corriere della Sera? Come mai La Stampa preferisca avere tra i titoli degli Esteri un pezzullo sul golf a Cuba (un evergreen) e nulla su un notizia così importante.

Google news, che in queste cose non mente, ci spiega che in chiave Cina quella sulla moratoria è solo la quinta notizia del giorno, dopo il viaggio della Lagarde in quel paese per perorare la sua causa all’FMI, l’acquisto cinese di titoli del debito portoghese, la visita del dittatore nordcoreano Kim Jong-il e un attentato terroristico. Oltre alla Repubblica e agli ovvi siti del Partito Radicale non c’è nessun altro grande giornale che si occupi del caso.

Sorge spontaneo pertanto un retropensiero. Si occupavano di pena di morte perché erano davvero contro la pena di morte o perché la notizia della pena di morte in Cina era funzionale alla costruzione retorica occidentalista mentre la moratoria non lo è?

giovedì 21 aprile 2011

Ciao Vittorio

Qualche giorno fa hanno ammazzato Vittorio Arrigoni. Autore del libro sulla striscia di Gaza "Restiamo umani", blogger di fama internazionale per la sua lotta contro le ingiustizie, le finte democrazie, le guerre vere, le guerre inventate, i valori che ogni uomo dovrebbe avere. Ce lo hanno ammazato israeliani sionisti mentre si trovava nella strscia di Gaza a portare aiuti umanitari e a raccontare (unico italiano, anche sotto i bombardamenti del 2009) i fatti quotidiani dall'interno della striscia.

L'hanno ucciso perchè portava informazione e pace. Un eroe moderno la cui morte è passata sotto silenzio. Come lo fu quella di un Peppino Impastato (per motivi assimilabili anche se su suolo italiano, vedere "i 100 passi" per le prove). Dopo giorni di prigionia e nella totale indifferenza mediatica e soprattutto politica, un blogger è stato ammazzato per la sua opera di divulgazione. Non ci sono altre considerazioni da fare. Riporto con le lacrime agli occhi il suo manifesto che ancora campeggia e sempre campeggerò su uno dei blog di controinformazione più importanti d'Italia (si anche più di quello di Grillo): Guerrilla Radio.

Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.

A-men.

lunedì 24 gennaio 2011

Tunisia, 14 gennaio 2011

Il 15 gennaio per puro caso mi sono trovato a leggere sul posto di lavoro un report riguardante una nuova fabbrica con la quale l’azienda per cui lavoro intraprenderà una collaborazione in questo 2011. Trattasi di un produttore di forti radici ed origini italiane che da tempo ha trasferito la sua sede in un paese che, come recitava il report “è stabile, ha un governo fortemente orientato al business, è di religione mussulmana e permette il fluire di capitali esteri”. Questo paese è la Tunisia.

Mettendo per un attimo da parte l’elemento fortuito e grottesco rappresentato dal fatto di aver letto quelle parole nero su bianco e per pura casualità il giorno dopo le rivolte tunisine che la storia daterà 14 gennaio 2011, riscattando in parte quel 09/11/2001di cui il mondo arabo non va certo fiero, ciò che in quel momento mi ha fatto riflettere è stato il pressappochismo con cui quelle parole erano state scritte (da un americano, il 7 gennaio). 


La Tunisia in effetti era fino a 15 giorni fa, per tutti, un paese lontano, noto più per la sua vicinanza alla Sicilia (si nel report c’era anche questo) e ad altre mete di villeggiatura estiva, ma anche un paese stabile, uno dei pochi con tale nomea all’interno dei paesi arabi. Ed è su quel “stabile” che vorrei soffermarmi perché stabile non significa né giusto né tranquillo, né fermo. Significa, nella nostra strana semantica, invisibile. 
Ciò che non conosciamo è stabile. La situazione del Kosovo è stabile. La situazione in Taiwan o in Vietnam è stabile. La situazione in Somalia, tra un genocidio e l’altro è stabile. Nel Kenya regna la stabilità. 



La stabilità, e la Tunisia lo dimostra, si fonda su una vita politica inconsistente e sulla concentrazione del potere nelle mani di uno solo o di pochi. 
Con gli alleati giusti, magari occidentali ed in grado di far fluire capitali nelle proprie terre e nelle mani giuste, questa sensazione apparente si può creare e comunicare all’esterno.
 Celando sfruttamenti, condizioni di povertà al limite, repressione violenta o silente, manipolazione dell’informazione. E ciò che è successo in questi giorni in Tunisia è forse la rappresentazione più forte ed ora evidente, di questo gioco perverso di percezione indotta.

Ma la rivoluzione, quella vera, violenta, visibile, venuta dal basso, senza bisogno di leader, di mediatori, di politici, quella del popolo, quella delle migliaia di persone che hanno capito quanto una massa unita possa fare massa critica, quella fatta dai cittadini e pianificata sul web, quella di chi ha voglia di scendere in piazza senza niente da perdere, quella RIVOLUZIONE, mette a nudo tutto questo. Mette in ginocchio un governo considerato stabile, mette paura a decine di governanti limitrofi (Gheddaffi il primo), porta agli occhi di tutti quelli che vogliono vedere qualcosa di più di semplici disordini e guerriglia da telegiornale. Mostra a tutti che ci si può alzare e provare a chiedere qualcosa di diverso per se stessi e per i propri figli.

Quello che i tunisini hanno fatto è stato scacciare la paura, rialzare la testa dopo anni di oppressione stabile e silenziosa; con una forza talmente dirompente da lasciare a bocca aperta i potenti di tutto il mondo (quante dichiarazioni su questo argomento avete sentito per bocca di chi conta, e non solo in Italia?), perchè se è successo in Tunisia, può succedere ovunque.

Svegliamoci, dormienti.

giovedì 25 novembre 2010

lunedì 21 giugno 2010

Stati uniti, arizona e nuovo (?) razzismo

Segnalo di seguito una vicenda molto importante che sta sfuggendo un po' dai radar dei giornali e blog nostrani e che è un segnale di un nuovo razzismo che sta nascendo in USA nonostante la presidenza di Obama.
Juan Varela era un immigrato messicano in Arizona addirittura di terza generazione. Aveva 44 anni, era nato negli Stati Uniti come suo padre e viveva nelle vicinanze di Phoenix nell’Arizona che a fine aprile ha approvato le leggi discriminatorie contro gli immigrati che hanno causato il ripudio di una parte importante della comunità internazionale. Era stato suo nonno, al tempo del Plan Bracero, a passare verso Nord la frontiera artificiale di quello che un tempo era tutto Messico. Lo ha assassinato Thomas Kelly, un suo vicino, dopo averlo più volte “invitato” (ci sono almeno sei testimonianze diverse di espressioni razziste di Kelly verso Varela) a tornarsene in Messico. L’omicidio è avvenuto il 6 maggio, appena pochi giorni dopo l’approvazione delle leggi discriminatorie, ma solo dopo lunghe tergiversazioni legali per far passare il delitto come una lite causata dall’alcool, solo il 9 giugno l’aggravante dell’odio razziale è stata rubricata come aggravante.
L’omicidio razzista di Varela contribuisce a creare una sensazione di fastidio e in qualche caso di ripudio verso gli Stati Uniti che sta aumentando negli ultimi mesi nel paese. Complice la porosità della frontiera binazionale e la tragedia del Trattato di Libero Commercio del 1994, che ha costretto ad abbandonare il paese almeno una dozzina di milioni di persone, quasi tutti i messicani hanno oramai parenti e amici dall’altra parte della frontiera. Durante molti anni, perfino durante la presidenza di George Bush figlio e nonostante il muro della vergogna che segna la frontiera fittizia tra i due paesi, hanno continuato a guardare agli Stati Uniti con simpatia e desiderio in maniera sensibilmente maggiore rispetto al resto del Continente.

All’arrivo di Barack Obama tale simpatia si è estesa ancora ma ora, dopo oltre un anno di attesa di una legge che migliori le condizioni dei migranti, il credito appare finito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state proprio le leggi razziali dell’Arizona che, lungi dal dare una risposta ai migranti, li criminalizzano. Dal prossimo 28 luglio chiunque è sospetto di non essere in regola potrà essere detenuto arbitrariamente fino a sei mesi e multato pesantemente prima di essere espulso. È una legge voluta per poter ancor di più conculcare, in un momento di crisi economica, i diritti dei lavoratori migranti impossibilitati così sotto la minaccia dell’arresto e della deportazione a resistere a qualunque abuso dei datori di lavoro.

Nonostante Obama abbia condannato con parole molto dure la legge dell’Arizona “è una legge irresponsabile che contraddice i principi basilari della giustizia statunitense” questa ha fatto esplodere anche verso il presidente la valvola del risentimento rilevata dai sondaggi internazionali PEW. In Messico la quota di abitanti che aveva una opinione favorevole degli Stati Uniti era nel 2000 del 68% per scendere gradualmente dopo l’11 settembre fino al 47% dell’ultimo periodo di governo Bush e risalire al 69% al momento dell’entrata in carica di Obama. Ancora poche settimane prime dell’approvazione della legge discriminatoria in Arizona l’approvazione si manteneva al 62% per passare repentinamente al 44% attuale. Adesso il caso Varela, seguito con attenzione a Sud del Rio Bravo, contribuisce ad aggravare il solco tra i due paesi.

lunedì 15 marzo 2010

Propaganda

Questa la copertina ignobile dell'ultimo Newsweek. Propaganda repubblicana o dolcificante per le famiglie americane che hanno perso i propri figli in guerra?
Ciò che è certo è che questa copertina, assieme all'Oscar assegnato a "The Hurt Locker", film filoamericano sulla guerra in Iraq palesemente "guidato" all'award, non arrivano per caso visto anche il calo di popolarità (forzato) del presidente democratico in carica. C'è puzza di morte.

lunedì 8 marzo 2010

Iraq, Afganistan e Pakistan

Un paio di commenti sulle notizie di questi giorni: in Iraq non si sta assistendo alla nascita della democrazia. La democrazia nasce ed è voluta dal popolo, non può essere imposta dall'esterno. Il semplice fatto che sull'Iraq venga posta attenzione, quella che non viene posta per esempio per la guerra civile in Somalia dove gli Stati Uniti continuano a fornire armi ed appoggio ai clan somali che più gli fanno comodo per contrastare quelli appoggiati da Al Queda, è sintomatico di quanto vogliano farci credere che la guerra, la destituzione di Saddam (che pure andava esautorato) e la permanenza (insensata) per più di un lustro dei soldati americani in quella zona abbia avuto benefici. Attraverso questa strategia mediatica vogliono anche giustificare la permanenza ancora più insensata dei marines in Afghanistan. Altra manovra puramente politica e che di strategico ha poco o nulla visto che pare evidente che non esista una strategia, che, se ci fosse e contemplasse una conclusione della guerra, dovrebbe passare necessariamente per l'avanzata militare in Pakistan, dove in realtà si nascondo i leader di Al Queda. E siccome (per fortuna) l'invasione del Pakistan non è ancora contemplata, a maggior ragione la permanenza nello stato Afgano non ha nessun senso. A meno che non si creda veramente al concetto fuffa di "democrazia da esportazione". Morte, distruzione, mutilazione. E' tutto qui.

sabato 7 novembre 2009

Extraordinary renditions: il capitolo Abu Omar si chiude, o quasi.

Nel febbraio del 2003 a Milano veniva rapito da agenti della CIA in collaborazione con i servizi segreti italiani (Sismi) l'imam Abu Omar indagato per terrorismo internazionale. Il rapimento, come documentato nel libro/inchiesta del 2007 di Claudio Fava "Quei bravi ragazzi", si inseriva nella procedura ormai standard messa in atto dalla CIA nella lotta al terrorismo: rapire il sospettato, trasportarlo con la forza in Egitto, Polonia o Marocco ed estorcere informazioni con l'utilizzo della tortura (forse vi dirà qualcosa il termine waterboarding). In breve Abu Omar come molti altri sospettati post 11 settembre 2001, ha fatto parte di quelle operazioni definite "consegne straordinarie", o meglio "Extraordinary Rendition", grazie al quale la CIA su esplicito ordine di Rumsfeld e Bush, si ergeva di fatto a giudice e boia di detenuti sospettati di possibili (spesso labili) associazioni con Al Queda. In barba alla convenzione di Ginevra, al rispetto dei diritti umani, creando una falla nel sistema giudiziario statunitense ed internazionale noto con il nome di "black hole" e facendo uso dei "black sites", ovvero prigioni appositamente dedicate alla reclusione dei sospettati terroristi di cui Abu Graib e Guantanamo sono solo le più note. Abu Omar è stato rapito nel 2003 e a 6 anni dall'evento e dopo 5 di indagini per capire chi acconsentì in Italia a permettere la caccia all'uomo (al capro espiatorio per meglio dire) degli USA e quale rete di interconnessioni tra governo italiano, americano, servizi segreti italiani ed americani vi fosse dietro a tutta l'operazione, si è arrivati finalmente ad una sentenza finale. 5 anni di reclusione a 23 uomini della CIA per sequestro e tortura, nessuno invece per Nicolò Pollari e Marco Mancini, rispettivamente direttore e vice del Sismi perchè ciò che commisero quel pomeriggio a Milano, è coperto da segreto di Stato. Nell'Italia delle stragi di Stato impunite ciò non stupisce chiaramente, ma vale comunque la pena di sottolinearlo dato che se i 23 agenti della CIA sono stati ritenuti colpevoli, altrettanto doveva essere per chi volente (!) o nolente, era quantomeno connivente in merito alla questione. Governo Prodi prima e Berlusconi poi, hanno però fatto in modo che questo non accadesse mantenendo assoluto riserbo su una faccenda che conoscevano bene e per cui il segreto di Stato ed il silenzio procedurale era fondamentale. Una sentenza che dovrebbe fare discutere parecchio ma di cui, statene certi, si sentirà parlare veramente poco e sicuramente non in modo approfondito. E sì che l'argomento è fondamentale nel clima legislativo, penale, sociale creatosi dopo l'11 settembre, quando la parola terrorista ha di fatto creato un nuovo status della condizione umana per la quale ancora non esistono leggi specifiche ma, appunto, solo buchi legislativi di cui si sono approfittati i tanto acclamati paladini della giustizia occidentale. Se volete saperne di più sull'argomento vi consiglio di leggere: Claudio Fava - "quei bravi ragazzi" e Andrea Purgatori - "Il caso di Abu Omar". Esiste anche un film del 2008 basato sull'inchiesta della commissione europea sulle Rendition che si intitola proprio "Rendition", è molto edulcorato ma puòservire per una infarinatura.

domenica 23 agosto 2009

23 agosto

Articolo tratto da presseurop.it: Il 23 agosto ricorre la Giornata europea di commemorazione delle vittime del nazismo e dello stalinismo che condanna ogni forma di totalitarismo. Causa senz’altro nobile, ma che ha scatenato molteplici controversie in Russia, dove Stalin è tuttora un eroe nazionale, e dove si fa presente che la Russia di fatto salvò molte vite minacciate dal nazismo. Nondimeno, i russi rimangono molto vigili nei confronti degli archivi dell’Unione Sovietica, ostacolo insormontabile per gli stati ex-sovietici desiderosi di comprendere realmente il proprio passato totalitarista.

A Vilnius, a distanza di vent'anni dal crollo dei regimi comunisti in Europa, l’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse) a luglio ha approvato una risoluzione denominata “A divided Europe reunited” (Riunificazione dell’Europa divisa). Nel documento dell’Ocse, di cui la stampa non ha parlato granché, si riconosce “l’unicità dell’Olocausto” e si fa presente che “nel ventesimo secolo i paesi europei sono stati soffocati principalmente da due importanti regimi totalitaristi, quello nazista e quello stalinista, che implicarono genocidi, violazioni dei diritti umani e delle libertà, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Il documento prosegue raccomandando ai paesi membri di “stigmatizzare apertamente e senza ambiguità il totalitarismo” (una delle clausole del documento di Copenhagen del 1990), sul presupposto che “la consapevolezza storica” contribuirà a “scongiurare il ripetersi in futuro di simili crimini”. Il documento è stato adottato dalla stragrande maggioranza dei delegati – 202 dei 214 presenti – malgrado la vigorosa opposizione della Russia.

L’iniziativa dell’Ocse è in linea con la risoluzione del parlamento europeo “Coscienza europea e totalitarismo” approvata nell’aprile scorso, che si riprometteva di istituire una Giornata europea di commemorazione delle vittime del nazismo e dello stalinismo fissandola al 23 agosto, data nella quale ricorre altresì la firma del patto Molotov-Ribbentrop del 1930. Non è certo un caso che l’Ue abbia deciso di rendere onore alla memoria delle vittime della deportazione e dello sterminio di massa nel giorno stesso in cui si creò un legame tra Unione Sovietica e Germania nazista. Collocare il nazismo sullo stesso piano del comunismo è considerato un passo importante nel testo “Coscienza europea e totalitarismo”, che auspica anche che siano presto aperti gli archivi della polizia segreta e delle agenzie d’intelligence, e siano adottati provvedimenti su vasta scala per rendere più facili le ricerche e un riesame del passato.

La Russia ha reagito con grande veemenza alla risoluzione “A divided Europe reunited” che un portavoce del ministero degli Affari esteri ha qualificato come “un tentativo inaccettabile di distorcere la storia a fini politici”. Anche il parlamento russo ha rilasciato una dichiarazione nella quale condanna ufficialmente la risoluzione come “un insulto diretto alla memoria di milioni di soldati russi che dettero la loro vita per liberare l’Europa dal dominio nazista”. Per i russi, Stalin è ancor oggi un vero eroe. Per i popoli dell’Europa dell’est è colpevole di aver appoggiato regimi comunisti che si macchiarono le mani di sangue.

Lo sdegno e la collera russi per l’equiparazione tra regime stalinista e regime nazista riflette una riluttanza a venire a patti con il proprio passato totalitarista, riluttanza che è altresì evidente nel revival della tradizione sovietica di organizzare gigantesche parate militari. Tra gli altri stati post-comunisti, la Russia è altresì l’unico ad aver fatto il minor sforzo per assumersi le responsabilità dei crimini commessi dal Comunismo (ivi incluso quello stalinista). Anzi: l’attuale amministrazione ha perfino cercato di ripristinare le strutture dell’ex Kgb e la vigilanza che il servizio esercitava sul processo politico. Come se non bastasse, ha altresì reagito a quella che ritiene essere un’aggressione calcolata istituendo nel maggio 2009 una “Commissione deputata a contrastare il processo di distorsione storica a detrimento degli interessi russi”. È a partire da queste premesse che l’Accademia russa delle scienze ha emesso un’ordinanza ufficiale per ottenere dai dirigenti degli istituti delle sue sezioni di storia e filologia un elenco commentato delle manipolazioni storico-culturali nei reciproci ambiti di studio, accompagnato da proposte concrete per una confutazione scientifica delle distorsioni in questione.

Con la sua esortazione ad aprire e rendere accessibili gli archivi, la risoluzione dell’Ocse ha attirato l’attenzione sulla politica russa, che deve ancora concedere l’accesso ai file della sua polizia segreta. Questa situazione non ha ripercussioni soltanto sul lavoro degli storici russi, ma ostacola anche le ricerche dei rispettivi colleghi nelle ex repubbliche sovietiche. Quando nel 1991 si ritirarono, gli uomini del Kgb portarono infatti via con sé in Russia tutti i più importanti documenti riguardanti le ex repubbliche sovietiche, e così facendo negarono ai cittadini di quei paesi la possibilità di comprendere e approfondire il loro recente passato. Dalla sua indipendenza, l’Estonia post-comunista ha avuto accesso soltanto ai file di catalogazione della polizia segreta, non ai rapporti ai quali essi fanno riferimento. Nei file di catalogazione compaiono elenchi e nominativi, ma non si specifica se le persone citate fossero informatori o individui soggetti a sorveglianza. La necessità di accedere a ulteriori informazioni è di importanza cruciale ed è sottolineata dal fatto che in tali elenchi compaiono i nominativi di un certo numero di esponenti politici. In Lituania il Kgb ha portato via da Vilnius la maggior parte degli archivi, ma gli storici sono stati in grado di condurre le loro ricerche utilizzando documenti di altre fonti di documentazione del Kgb ubicate fuori dalla capitale. Malgrado queste differenze, se avessero accesso agli archivi sovietici conservati a Mosca tutti gli Stati baltici trarrebbero innegabilmente beneficio da una migliore comprensione della loro stessa Storia.

sabato 13 giugno 2009

E adesso?

Passate le elezioni  il nuovo Parlamento Europeo dovrà rendere noti i suoi propositi: politiche sociali, migratorie, alimentari, economiche, ambientali. Fino ad ora i partiti vincenti in diverse nazioni hanno puntato le proprie campagne elettorali su argomenti in grado di attrarre voti facili da parte della maggioranza, ora però si tratta di risolvere questioni in ballo da tempo e di capire che volto dovrà assumere questa nuova Unione in un momento politico di nazionalismo convinto, di rifiuto della condivisione o quanto meno di scetticismo verso il proprio vicino. Servono programmi.
Che succederà?
Niente di nuovo dal fronte occidentale.

martedì 9 giugno 2009

Di crisi e di colpe

Riporto un articolo di Repubblica che ben riassume la situazione dopo le europee. Ad ognuno le sue colpe. Gi che ci sono aggiungo che Olanda, Ungheria e Gran Bretagna, oltre all'Italia, manderanno in parlamento chi 2, chi 4 parlamentari di estrema destra e dichiaratamente nazionalsocialisti. Crisi e diffidenza dilagano come la peste...

Che siano al potere o all'opposizione, i partiti conservatori hanno approfittato delle paure degli elettori di fronte alla crisi. La sinistra, in netto calo in tutto il continente, attraversa una "crisi di linguaggio": non è riuscita a parlare al suo elettorato di riferimento, sostiene La Repubblica.

"L'Europa della crisi e delle grandi paure guarda a destra", commenta il corrispondente da Bruxelles de La Repubblica Andrea Bonanni di fronte ai risultati delle elezioni europee. Il successo dei popolari e la drammatica crisi dei socialisti sono infatti il dato più evidente all'indomani del voto.

"La destra moderata riesce paradossalmente a incassare su due fronti: dove è al governo, come in Francia, in Italia, in Germania, vince il messaggio di forza tranquilla, in grado di intercettare e calmare le paure dell’elettorato", scrive Bonanni. "Là dove è all’opposizione, come in Spagna o in Gran Bretagna, incassa invece il dividendo del voto di protesta che fa pagare alle forze di governo lo scotto della crisi economica."

Il Pse raccoglie invece ancor meno di quanto ci si aspettasse. I socialisti europei attraversano una grave "crisi di linguaggio: una afasia nei confronti del proprio elettorato tradizionale e di quello potenzialmente nuovo." Il calo socialista è parzialmente compensato dai buoni risultati dei Verdi, soprattutto in Francia, e dell'estrema sinistra. Ma a crescere è soprattutto la destra antieuropea, che in Gran Bretagna, Austria, Paesi Bassi e Ungheria ha saputo sfruttare la paura per le conseguenze sociali della crisi e il desiderio di un nuovo "ordine morale e razziale".

Il risultato delle elezioni, infine, dovrebbe spianare definitivamente la strada alla riconferma del presidente della Commissione, il popolare José Manuel Barroso. Il crollo dei laburisti sembra invece offuscare la stella di Tony Blair, candidato al posto di primo presidente Ue. I socialisti restano però la seconda forza a Strasburgo e con ogni probabilità rivendicheranno comunque la poltrona. E "quale candidato risulterebbe meno 'socialista' e più gradito alle destre che l’ex premier britannico?", conclude Bonanni.

venerdì 5 giugno 2009

The Speech 2

Quello a cui abbiamo assistito ieri è stato forse il punto ideologicamente più alto espresso da una personalità politica negli ultimi 30 anni. Anzi, forse da quel 1968 in cui ci lasciò Marthin Luther King. Abbiamo assistito ad un passo avanti importante fatto con uno stile, una memoria, diversi. Abbiamo visto mondi incontrarsi, ideologie farsi flusso di parole e abbracciarsi. Contrasti limarsi, squarci aprirsi, coscienze espandersi. 
Obama ha mostrato se stesso, i contrasti che da solo rappresenta, e si è fatto ideale, nazione, NAZIONI. Lo ha fatto ricordando il passato con finezze meravigliose come quella su Thomas Jefferson e sul corano che gelosamente custodiva nella sua libreria, ai tempi della fondazione degli USA. O come quella ideologica sul ruolo della donna che non è egualitario se si esprime attraverso l'apparire, ma solo se nella parola uguaglianza è compreso l'accesso paritario ad istruzione, diritti e doveri. Barack, crocevia di culture vivente, ha sublimato se stesso nell'essenza ideologica suprema che vede popoli e culture completarsi. Ha dimostrato di conoscere le altre culture, di volerci entrare, di possederne le basi. 
Che sia davvero un nuovo inizio o meno, Barack ha mostrato ieri, quanto grande può essere un uomo, quanto in alto può alzarsi il ragionamento, la comprensione umana. Lo ha fatto da americano, da kenyota, da uomo di fede, da cittadino del mondo. E' ora che gli altri leader mondiali non si limitino solo ad applaudirlo, ma inizino a fare proprie queste perle ideologiche. In un momento in cui la diversità, soprattutto in Italia, è additata come il male per una nazione, Barack ha dato la giusta risposta. Nemmeno il papà ci è mai riuscito in questo modo...
A buon intenditore...

giovedì 4 giugno 2009

The Speech

Il più gran passo avanti ideologico degli ultimi 20 anni.

mercoledì 20 maggio 2009

L'Europa e la Birmania

Da circa una settimana in Birmania la situazione politico/sociale ha subito l'ennesimo tracollo. Il regime militare che attualmente la governa, sostenuto dalla compagnia petrolifera multinazionale TOTAL (come ben documenta il libro di Cecilia Brighi "il pavone e i generali") ha incarcerato Aung San Suu Kyi, leader della fazione democratica e unica reale legittima governate del Paese dato che nel 1990 stra-vinse le elezioni "democratiche" salvo essere deposta immediatamente dall'esercito con un illegittimo colpo di stato che ha dato inizio all'attuale dittatura. Aung, già premio nobel per la pace, è rea di aver violato gli arresti domiciliari e di aver ospitato uno straniero in casa sua, fatto giudicato inverosimile soprattutto a pochi giorni da un fittizio voto popolare concesso dal regime per "legittimare" ulteriormente il governo in essere. 
Il fatto è di per se poco chiaro e probabilmente appunto viziato da interessi politici, dato che tra un paio di settimane gli arresti domiciliari della leader democratica si sarebbero infatti esauriti come per normale decorso della pena, e la sua popolarità è ancora ovviamente altissima.
Ciò che ha fatto scalpore e che mi ha spinto a riflettere ulteriormente sulla faccenda, è chiaramente la reazione dei leader Europei che hanno risposto all'isolamento di Aung, paventando la possibilità di boicottare ed isolare del tutto un paese già abbandonato a se stesso ed al controllo delle multinazionali ormai da più di 25 anni. 
Ciò che vuole il regime infatti è proprio l'isolazionismo, sul quale ha fatto leva per tutto il tempo di cui sopra al fine di celare per mancanza di informazioni stragi come quella dei monaci buddisti nel 2007, o ancora di impedire l'arrivo degli aiuti internazionali nel corso del terremoto di qualche anno fa, che provocò oltre 140.000 morti. E' poi la strategia analoga adottata da Castro a Cuba, non a caso regime militare totalitario pure questo.
Isolare ulteriormente la Birmania quindi non può che far male al popolo, oltre ad essere la strategia perseguita dallo stesso regime militare appunto. Esiste inoltre da alcuni anni un embargo a livello europeo sui prodotti provenienti dalla Birmania che non ha però impedito alla compagnia petrolifera TOTAL appunto, di continuare i propri affari con i gerarchi militari, i quali concedono l'accesso a pozzi ed a condotti petroliferi in cambio di denaro, costringendo con la forza donne e bambini a lavorare in regime di schiavitù negli stessi pozzi. Soldi che vengono utilizzati poi dal regime per acquistare armi sempre più sofisticate solitamente dal governo Indiano, il quale a sua volta ottiene i propri prodotti bellici grazie all'acquisto di componenti francesi, italiane e inglesi. E tutto questo è rimasto sempre al di fuori delle cronache. L'occidente inteso qui come opinione pubblica, non vuole vedere come spesso accade, ma in questo caso non potrebbe nemmeno, vista la decisione di isolare appunto il paese, di lasciarlo al suo destino. Decisione che ha portato appunto a tutto quello di cui sopra. Quindi perchè ostinarsi con questo atteggiamento di chiusura? Il popolo birmano ha bisogno se mai di apertura, di poter far sapere, di fare circolare informazioni. Ma l'Europa chiude ed intanto permette a Cina, Russia ed India d'importare gas e legname birmano grazie a qualche concessione di stampo mafioso. Tutto questo accade in Birmania, ma non ne sappiamo nulla, e a quanto pare non sarà certo la CE che ci aiuterà a scoprire qualcosa.