Oggi all’età di 73 anni è morto uno degli artisti più importanti del nostro secolo, il francese Jan Giraud Moebius.
Personalmente ne ho seguito le gesta sia come fumettista (indimeticabile il suo Silver Surfer Parabola o L’Incal o Il garage Ermetico) sia come sceneggiatore e costumista (Il quinto Elemento, Alien per citare i più famosi). Il suo stile era poetico, surrealista quasi quanto quello di Dalì, tanto che all’ormai lontano esame di maturità portai una tesina che confrontava, allora molto ingenuamente credo, lo stile sognante di Salvador con quello di Giraud. Linee dolci, morbide, capaci di avvolgere il lettore e di abbacinarlo portandolo in mondi di fantascienza così ameni da risultare quasi familiari per converso.
Un artista che mi porterò sempre nel vuore. Il Salvador Dalì del fumetto. Rest in Peace, ermeticamente.
Stai colmo! Questo mi sono detto nel fare voto di vastità, scavando il fosse, usando il confine tra sogno e bisogno (l'incubo è confonderli!). Così tra tellurico ed onirico, in uno spazio agli antipodi, in un limbo dell'imparadiso ho avuto un sentore: URGE. - Alessandro Bergonzoni 2011 -
sabato 10 marzo 2012
Saluto a Moebius
Oggi all’età di 73 anni è morto uno degli artisti più importanti del nostro secolo, il francese Jan Giraud Moebius.
Personalmente ne ho seguito le gesta sia come fumettista (indimeticabile il suo Silver Surfer Parabola o L’Incal o Il garage Ermetico) sia come sceneggiatore e costumista (Il quinto Elemento, Alien per citare i più famosi). Il suo stile era poetico, surrealista quasi quanto quello di Dalì, tanto che all’ormai lontano esame di maturità portai una tesina che confrontava, allora molto ingenuamente credo, lo stile sognante di Salvador con quello di Giraud. Linee dolci, morbide, capaci di avvolgere il lettore e di abbacinarlo portandolo in mondi di fantascienza così ameni da risultare quasi familiari per converso.
Un artista che mi porterò sempre nel vuore. Il Salvador Dalì del fumetto. Rest in Peace, ermeticamente.
mercoledì 7 marzo 2012
Infinite Jest – lo scherzo infinito di Wallace
sabato 25 giugno 2011
Jonathan Lethem - Io e Philip K. Dick
- le ambientazioni sono realistiche, urbane, claustrofobiche ma anche possibiliste e futuribili, fanno da gabbia ma anche da tranpolino di lancio per sogni, interpretazioni. New York è quindi la città per eccellenza in cui si ambientano la maggiorparte dei suoi scritti (Brooklyn in particolare, quartiere di cui Lethem è originario). Si tratta però di ambientazioni cupe, stradaiole, in cui i personaggi paranoici ed insicuri si muovono a tentoni pur conoscendone di fatto strade e situazioni principali.
- i personaggi paranoici, sospettosi e alla continua ricerca di un senso di se nel mondo, solipsistici a volte, di certo con mille sindromi, problematici, che non sanno a volte discernere cosa sia realtà e cosa finzione (elemento tra l’altro di meta narrazione con cui Lethem infarcisce i suoi racconti). Insomma personaggi “Dickiani”, derivati dalla passione viscerale e compulsiva per il maestro della fantascienza Philip K. Dick.
- gli sfondi fantascientifici. Fatti di una materia reale però, di fantascenza possibile, in pieno stile Dick (gli estranei alla fantascienza direbbero “Orwelliana”). Di fatto si può quasi dire che Lethem riesca a portare nel romanzo reale la materia con cui Dick ha infarcito i suoi libri di fantascienza (“reale”). E per questo non è un epigono del maestro ma anzì, uno dei più fedeli e capaci seguaci.
Tutti questi ingredienti a mio parere fanno di Lethem uno dei migliori scrittori in circolazione, perchè capace di far suo un immaginario fantastico, unirlo a quello reale e cittadino, e a delle storie di crescita, di sviluppo dei personaggi nel tempo della loro esistenza, in cui si mischiano paranoie, paure e pochissime certezze.
Tutta questa intro per dire che Lethem pochi mesi fa ha pubblicato il libro che avrebbe sempre voluto scrivere, ovvero l’omaggio sotto forma di racconti e di saggi, al grande maestro Philip K. Dick. Si chiama “Crazy Friend – io e Philip Dick” è edito da Minimum Fax e rappresenta per un amante di Dick come il sottoscritto, una delle più belle letture e disamine che potessero capitare.
Se non avete mai letto nulla dell’autore di romanzi che hanno ispirato film come “Blade Runner“, “Un oscuro scrutare”, “Scanners”, “Atto di forza” o “Guardiani del destino”, Crazy Friend potrebber essere uno straordinario punto d’inizio. Se al contrario conoscete benissimo la sua cosmologia ma magari conoscete meno quella di Lethem, fatevi introdurre in entrambi i mondi da questo piccolo, prezioso diario di uno scrittore di talento. Scoprirete come Lethem sia un crocevia di culture, un intenso focolaio di stimoli.
Luke
giovedì 23 giugno 2011
Il mezz'uomo
sabato 30 aprile 2011
Una scorpacciata di anatra all’arancia meccanica
giovedì 24 giugno 2010
Quale futuro per la nostra identità?
Un io in frantumi
David Hume, trecento anni fa, proponeva di ridurre l'io a un fascio di sensazioni. Non c'è un'unità di fondo, l'anima è un concetto superfluo, tutto ciò che resta è quanto percepito. Un'immagine che sembra particolarmente azzeccata per descrivere la giornata di un giornalista, di uno studente e anche di un impiegato dei nostri giorni: praticamente di chiunque. Mentre scrivo quest'articolo, faccio refresh sulla pagina di Facebook e sul mio account di posta elettronica ogni due minuti. Mi fermo, mi rendo conto di essere al limite della dipendenza, o forse di averlo già superato. Ma chi non lo fa? In un articolo uscito su "il manifesto" il 18 giugno scorso, Marco Mancassola analizza con cura diversi aspetti della questione. In particolare si sofferma sulla CPA — la Continuous Partial Attention di cui parla Linda Stone, ex manager di Apple. Sappiamo tutti di cosa si tratta: saltare da una finestra all'altra, da un flash informativo all'altro, senza posa e senza mai approfondire realmente quanto leggiamo. Qualunque multitasker avrà provato la sottile ebbrezza di vedere un messaggio di posta in arrivo mentre fa alt+tab alla velocità della luce, passando dal sito di un quotidiano a un video di Youtube. Insomma: la concentrazione dedicata non solo alla lettura ma anche alla scrittura e in genere a qualunque tipo di fruizione del reale è pericolosamente in calo, in un mondo in cui essere si avvicina sempre di più a essere connessi — e, di più, a essere frantumati. Ma qual è lo sfondo di tutto questo? Dove siamo finiti?
Persi nell'infosfera Il filosofo Luciano Floridi — professore a Oxford e massimo esperto di filosofia dell'informazione — ha coniato un termine perfetto per indicare dove siamo finiti: infosfera. La realtà, a suo avviso, sarebbe definibile innanzitutto in termini di dati ancora prima che di enti, o forme di vita, o qualunque altro concetto. L'infosfera include la biosfera e il mondo materiale: il bit diventa l'atomo del terzo millennio. Il processo è stato rapido e non indolore per le generazioni a cavallo di questa rivoluzione che è insieme tecnologica e filosofica. Floridi è pacatamente ottimista, pur sottolineando i rischi del caso: con il tempo l'uomo si troverà sempre più a suo agio nell'infosfera, e sarà in grado di manipolare nel modo migliore la quantità esorbitante di dati cui è sottoposto. Ma al momento l'ottimismo non sembra molto giustificato. E questo non solo per quanto riguarda la rete, ma anche per il modo in cui la rete sta contaminando — in tutte le sue forme — la realtà materiale.
Un'ontologia del frammento Sì perché la frammentazione dell'infosfera non è soltanto una questione materiale o psicologica, sebbene questi siano risvolti molto importanti. È anche una questione filosofica: l'ontologia della rete è un'ontologia profondamente frammentaria, e il suo precipitato è la nostra vita di ogni giorno, la cara vecchia realtà cui eravamo abituati. La società dell'infosfera è fondata sull'idea che vi sia qualcosa da ricevere — che senza una sollecitazione esterna di qualunque tipo, dall'e-mail alla friend request di Facebook ai feed dei nostri blog preferiti, non vi sia attività e dunque non vi sia realtà. L'attesa di un messaggio in arrivo è molto di più che uno stato mentale. È come se la nostra struttura cognitiva, il nostro io, stesse andando alla deriva in un mondo che la rispecchia in pieno: sono punto di continuo da minuscoli spilli, e va bene così. In questo panorama, credo che la ricetta della disconnessione forzata sia quasi un'utopia. Certo, ci si può mettere a dieta dalla rete o persino isolarsi in un luogo dove il caos informazionale non ci raggiunga. Ma non è questo il punto. Il punto è che il mondo batterà i pugni contro la porta sempre di più, fino a impedire anche autentiche forme di solitudine o raccoglimento. Uno degli scenari possibili della rete futura, secondo Floridi, è quello di un "web 6.0" dove il confine tra online e offline, tra carbonio e silicio, è stato definitivamente eroso. Fantascienza? Non è detto. E non è nemmeno detto che questo futuro sia così remoto.
Il canto delle sirene
Ma per quanto riguarda il presente, l'incapacità di approfondire e gestire le informazioni rimane la cifra di questa società. Siamo immersi in un mondo che ha cambiato volto molto più rapidamente di quanto abbia potuto comprendere. E il problema ulteriore è che per comprendere ci vuole tempo e fatica, e un uso corretto dell'informazione: mentre la rivoluzione sembra scardinare anche questi assi. Gli elementi del reale sono molto più attivi che in passato. Non ci aggiriamo più in un cosmo fatto di oggetti muti cui dare un senso: il pop-up è una forma dell'essere, e tutto richiede attenzione, tutto canta come una sirena che brama il nostro tempo. Persino lo schermo non è un ricettacolo o uno spazio neutro. Le sirene sono ovunque. E i rischi della loro musica sono molti. Ne cito soltanto due. Il primo è quello di perdere un'autentica capacità dialogica e di argomentazione. Quanto tempo sono disposto a concedere allo sviluppo di un confronto serio? Non è molto più semplice limitarsi a twitterare uno slogan e leggere di sfuggita i commenti? Questo non significa che online non vi siano contenuti di qualità: tutt'altro. Semplicemente, condividono lo spazio con una miriade di informazioni estranee — mentre quando leggo un libro, leggo un libro. Punto. Non è una questione di profumo della carta o di validità del supporto, quanto proprio del silenzio semantico che crea un oggetto come il libro: non ci sono disturbanti. Nessun pop-up. A questo si lega l'altro timore: saremo ancora in grado di comprendere certe forme di bellezza? Un'umanità abituata a frammentare sempre di più la propria attenzione — e di converso, la propria idea di realtà — sarà ancora capace di dedicare tempo e fatica a Proust, agli ultimi lavori di Coltrane, ai dettagli di Kandinskij? O ridurrà tutto alla pagina della madeleine, al tema diA Love Supreme e a un'accozzaglia di colori? Imparare a gestire l'infosfera significa anche questo: non perdere la nostra estetica. E uso il termine nel senso più ampio: non perdere la nostra capacità di percepire attivamente, di usare i sensi, di rapportarci con il mondo — di qualunque mondo si tratti.
Io penso
All'inizio di questo pezzo ho citato Hume. Bene, Kant tracciò una via per evitare la frantumazione dell'intelletto propugnata dal filosofo scozzese: non è vero che l'io è solo un fascio di sensazioni, non è vero che non c'è un'autorità centrale in grado di sintetizzare ed elaborare compiutamente i dati. L'io penso è la risposta energica a questa visione. Nonostante l'enorme quantità di sollecitazioni cui siamo sottoposti, siamo primariamente noi. C'è una funzione logica che ripete io, io, io — io penso. Ed è a questa identità che dobbiamo riferirci per ritrovare la via. Perché al di là dei tecnicismi, credo che Kant avesse in mente anche un ideale etico. L'unità del suo io era profondamente morale: un'anima spezzettata e plurale è incapace di riconoscersi e di distinguere cos'è giusto fare: ma anche cos'è bello, cos'è importante, cos'è umano. Mentre finisco di scrivere, le sirene cantano di continuo. Posso sentirle. Per alcuni è impossibile tapparsi le orecchie. Per altri, è ancora necessario fare uno sforzo: se non altro per imparare a difendersi.
lunedì 26 aprile 2010
Gli incendiati
mercoledì 17 febbraio 2010
La gestione della popolazione superflua - da Angela Davis. Parte 1
Inizio oggi, in seguito alla lettura di "Aboliamo le progioni? - contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale" dell'attivista politica Angela Davis (Black panter negli anni '70 e oggi insegnante di storia della coscienza presso l'Università della California), la pubblicazione di alcune parti significative del libro che, ritengo, portano alla luce in maniera quanto mai lucida, molti problemi che affliggono la nostra società odierna, partendo dalla prospettiva razziale e sessista che segna molti ambiti della quotidianità nel nuovo scenario globale. "Oggi sembra che la gente si senta continuamente minacciata da un possibile crimine, una sensazione fomentata dai media. Questo senso di panico è costruito ad arte o ha un qualche fondamento? Certe psicosi si sono sempre verificate in condizioni particolari. Pensiamo ad esempio alla psicosi dello stupratore nero subito dopo l'abolizione della schiavitù. Il mito dello stupratore nero era (è) una componente chiave di una strategia ideologica volta a riformulare i problemi derivanti dalla necessità di gestire i neri appena affrancati. Analogamente, la psicosi della criminalità non è legata a un aumento materiale della delinquenza ma piuttosto al problema di gestire vasti settori della popolazione resi superflui dal sistema del capitalismo globale. Il nazionalismo richiede sempre un nemico, che sia interno o esterno alla nazione. Non è una novità. Le conseguenze concrete, ovviamente, sono orrende. Le persone di origine araba o mussulmana - o quelle che SEMBRANO arabe o mussulmane (qualunque cosa possa voler dire) - stanno soffrendo terribilmente negli USA e in Europa. L'occupazione statunitense dell'Iraq e dell'Afghanistan sta avendo conseguenze spaventose ed inimmaginabili."
lunedì 1 febbraio 2010
Ciò che diventiamo
mercoledì 20 gennaio 2010
La finzione è dio, dio è la finzione
E' tra noi. Ma non richiesto. Non intenzionalmente convocato. E...non abbiamo sacramenti che mediano, coi quali proteggerci, con i nostri rituali accorti, astuti, venerandi e meticolosi, non possiamo costringerlo a racchiudersi solo in determinati elementi come pane e acqua o pane e vino. E' venuto allo scoperto, si allarga in tutte le direzioni. Ci guarda negli occhi; e guarda attraverso i nostri occhi.
Philip K. Dick - Le tre stimmate di Palmer Eldricht
domenica 20 dicembre 2009
Giornalismo partecipativo
giovedì 3 dicembre 2009
La guerra dell'acqua
mercoledì 4 novembre 2009
le alternative non esistono
lunedì 12 ottobre 2009
La propaganda in una società democratica
venerdì 21 agosto 2009
Il gioco dei ruoli
sabato 25 luglio 2009
Militarizzazione dell'informazione
martedì 9 giugno 2009
I Canti del Caos - Antonio Moresco
Dopo 7 anni dalla lettura del primo Canto, termino ora la lettura del terzo e conclusivo, dopo una rilettura completa dell'intera opera Moreschiana e sento di poter dire con certezza che mai più leggerò qualcosa di simile. Recensirlo credo sia impossibile perchè piani di narrazione, letteratura, strutture narrative, linguaggio, personaggi sono a tal punto oltrepassati e r-increati, da sottrarre persino le parole possibili alla critica, alla riflessione distaccata.