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sabato 10 marzo 2012

Saluto a Moebius

Oggi all’età di 73 anni è morto uno degli artisti più importanti del nostro secolo, il francese Jan Giraud Moebius. Personalmente ne ho seguito le gesta sia come fumettista (indimeticabile il suo Silver Surfer Parabola o L’Incal o Il garage Ermetico) sia come sceneggiatore e costumista (Il quinto Elemento, Alien per citare i più famosi). Il suo stile era poetico, surrealista quasi quanto quello di Dalì, tanto che all’ormai lontano esame di maturità portai una tesina che confrontava, allora molto ingenuamente credo, lo stile sognante di Salvador con quello di Giraud. Linee dolci, morbide, capaci di avvolgere il lettore e di abbacinarlo portandolo in mondi di fantascienza così ameni da risultare quasi familiari per converso. Un artista che mi porterò sempre nel vuore. Il Salvador Dalì del fumetto. Rest in Peace, ermeticamente.

mercoledì 7 marzo 2012

Infinite Jest – lo scherzo infinito di Wallace

Oggi mi sento pienamente svuotato. Un ossimoro umano. Mi sento privato di una parte di me, del simbionte con cui ho con-vissuto, che ha viaggiato e dormito al mio fianco per quasi 3 mesi, che ogni mattina mi guardava dandomi un appuntamento serale tra le sue pagine. Ho iniziato a leggere le 1300 pagine che compongono Infinte Jest di David Foster Wallace il 9 dicembre 2011 e l’ho terminato oggi, 6 febbraio 2012. Tre mesi sono un tempo considerevole da trascorrere assieme ad un’unica opera, tanto quanto basta per creare una dipendenza da lettura, proprio come David Foster sapeva che sarebbe stato a chi avesse avvicinato il suo romanzo (anche qui sta la genialità del libro). E’ una lettura potente, intossicante, in grado di diventare essa stessa lo scherzo infinito del titolo non foss’altro per la sua struttura circolare: un libro che parte con un flashforward e termina con un flashback, un loop continuo di letteratura che sfonda i limiti dei generi, che apre porte su molti mondi, che dà voce agli sguardi obliqui. Infinite Jest è una summa enciclopedica di generi e di stili. E’ romanzo distopico, fantascientifico, storico, è saggio sportivo, sociologico e filosofico. E’ il racconto dei nostri tempi, delle tante voci che oggi possono raccontare il mondo dandone la propria personale visione. E’ un romanzo coralmente umano. Eppure è retto da un plot scarno, essenziale e riassumibile molto velocemente. Perchè David Foster Wallace non necessità di plot complicati. Al contrario è la sua capacità descrittiva, la sua totale ossessione per il dettaglio trascurabile (oltre 200 pagine sono note dell’autore) a rendere complesso e stratificato un canovaccio che parla di dipendenza da droghe, talento, sogno americano, prevaricazione, sesso, affetti, televisione, socialità, fobie, tennis. Che narra delle possibili evoluzioni delle tencologie (è stato scritto nel 1996 ma noi che lo leggiamo oggi abbiamo già vissuto ciò che Wallace anticipava su questo argomento), di tempo sponsorizzato, di infiniti modi per alienarsi da se stessi e dagli altri. Infinite Jest è un’opera unica nel suo genere che potrei avvicinare solo a Canti del Caos di Moresco per la sua capacità di interpretare l’umanità come universo e di dare voce ad ogni piccola sfacettatura umana. In pratica contiene veramente tutto ciò di cui avreste sempre voluto leggere. O almeno questa è la sensazione. Per questo terminarlo lascia un senso di vuoto. Oltre al fatto che la sua interpretazione completa e compiuta non sembrerebbe essere raggiungibile. E’ inoltre una lettura estremamente (meta) fisica. La pesantezza stessa del libro in termini gi grammi impone una certa presenza e forza nell’affrontare la lettura. Le parole sono piccole, le pagine sottili: richiedono uno sforzo consapevole. Eppure è tutto così bello, così epico. Non è un libro che può in assoluto essere definito bello (non nella sua totalità, non in ogni sua riga), ma certamente può e deve essere definito un capolavoro assoluto. Contiene pagine di una lucidità assoluta in grado di analiizare la nostra realtà, i rapporti umani, le nostre sincrasie. A queste si alternano pagine che volutamente suscitano inedia e tedio profondo. Pagine fisicamente insopportabili. Eppure queste sono alla fine le più intossicanti. Quelle da cui è impossibile staccarti perchè una loro dose quotidiana (di 10/20 pagine) permetterà di uscire dal vortice dell’incomprensione per lanciarti nelle braccia del prossimo personaggio che permetterà di uscire dal loop introducendo la sua storia. La lettura a volte è imposta dal voler fuggire da momenti di assoluto delirio descrittivo Wallaciano (che dimostra profonda conoscienza tecnica di materie quali biologia, chimica, medicina) per sfondare in altri più tranquilli e comici, o in altri ancora maggiormente legati al plot centrale (che vede l’evolversi parallelo delle vite di tossicodipendenti in cura presso la casa di recupero Ennet House e quelle dei talentuosi giocatori di Tennis del College ETA, mentre sullo sfondo imperversa la guerra civile tra USA e Canada ed un nastro video chiamato Inifinite Jest che crea dipendenza e uccide chi lo guarda annullandone i pensieri, minaccia di far crollare le fondamenta della società). Non c’è genere letterario o accezione alla scrittura che Wallace non abbia toccato con questo suo romanzo di indicibile importanza, originando una lettura che avrebbe, almeno per chi scrive, potuto proseguire all’infinito. Proprio come il video-nastro “protagonista” del libro. Uno scherzo infinto, un romanzo circolare pieno di innovazioni, intuizioni e verità. Non sarà facile disintossicarsene e leggere ancora qualcosa di simile, di così complicato e piacevole allo stesso tempo. Non sarà facile trovarne effettivamente un senso compiuto. Non sarà facile incontrare un’altro David Foster Wallace nella nostra breve vita. RIP. “Il talento coincide con l’aspettativa che suscita, o sei alla sua altezza o quello ti sventola un fazzoletto e ti abbandona per sempre. Usalo o perdilo.” – David F. Wallace, Infinite Jest Luca

sabato 25 giugno 2011

Jonathan Lethem - Io e Philip K. Dick

E’ uscito da qualche mese un diario/racconto sui generis di uno dei più grandi autori americani contemporanei: Jonathan Lethem. Quel Jonathan Lethem di alcuni romanzi-capolavoro come “La fortezza della solitudine“, “Amnesia Moon”, “Brooklyn senza madre”, in cui cultura alta e cultura “bassa”, di strada, si intrecciano in modi del tutto nuovi, come solo uno scrittore di grande competenza stilistica e capacità narrative che sia al contempo un divoratore di romanzi pulp e fumetti underground può riuscire a fare. Lethem possiede alcune delle caratteristiche che personalmente più apprezzo in uno scrittore, per non dire nella letteratura in generale, provo qui ad elencarle.

- le ambientazioni sono realistiche, urbane, claustrofobiche ma anche possibiliste e futuribili, fanno da gabbia ma anche da tranpolino di lancio per sogni, interpretazioni. New York è quindi la città per eccellenza in cui si ambientano la maggiorparte dei suoi scritti (Brooklyn in particolare, quartiere di cui Lethem è originario). Si tratta però di ambientazioni cupe, stradaiole, in cui i personaggi paranoici ed insicuri si muovono a tentoni pur conoscendone di fatto strade e situazioni principali.

- i personaggi paranoici, sospettosi e alla continua ricerca di un senso di se nel mondo, solipsistici a volte, di certo con mille sindromi, problematici, che non sanno a volte discernere cosa sia realtà e cosa finzione (elemento tra l’altro di meta narrazione con cui Lethem infarcisce i suoi racconti). Insomma personaggi “Dickiani”, derivati dalla passione viscerale e compulsiva per il maestro della fantascienza Philip K. Dick.

- gli sfondi fantascientifici. Fatti di una materia reale però, di fantascenza possibile, in pieno stile Dick (gli estranei alla fantascienza direbbero “Orwelliana”). Di fatto si può quasi dire che Lethem riesca a portare nel romanzo reale la materia con cui Dick ha infarcito i suoi libri di fantascienza (“reale”). E per questo non è un epigono del maestro ma anzì, uno dei più fedeli e capaci seguaci.

Tutti questi ingredienti a mio parere fanno di Lethem uno dei migliori scrittori in circolazione, perchè capace di far suo un immaginario fantastico, unirlo a quello reale e cittadino, e a delle storie di crescita, di sviluppo dei personaggi nel tempo della loro esistenza, in cui si mischiano paranoie, paure e pochissime certezze.

Tutta questa intro per dire che Lethem pochi mesi fa ha pubblicato il libro che avrebbe sempre voluto scrivere, ovvero l’omaggio sotto forma di racconti e di saggi, al grande maestro Philip K. Dick. Si chiama “Crazy Friend – io e Philip Dick” è edito da Minimum Fax e rappresenta per un amante di Dick come il sottoscritto, una delle più belle letture e disamine che potessero capitare.

Se non avete mai letto nulla dell’autore di romanzi che hanno ispirato film come “Blade Runner“, “Un oscuro scrutare”, “Scanners”, “Atto di forza” o “Guardiani del destino”, Crazy Friend potrebber essere uno straordinario punto d’inizio. Se al contrario conoscete benissimo la sua cosmologia ma magari conoscete meno quella di Lethem, fatevi introdurre in entrambi i mondi da questo piccolo, prezioso diario di uno scrittore di talento. Scoprirete come Lethem sia un crocevia di culture, un intenso focolaio di stimoli.

Luke

giovedì 23 giugno 2011

Il mezz'uomo

No, il giornale che ha ideato questa copertina non è di sinistra. E' l'economist, giornale anglosassone pilastro degli economisti mondiali. Non serve aggiungere altro se non "leggete internazionale (che riporta molti articoli dell'economist tra gli altri), un buon punto di accesso potrebbe essere questo numero se non l'avete mai fatto". Ora in edicola.

sabato 30 aprile 2011

Una scorpacciata di anatra all’arancia meccanica

E’ uscito da qualche settimana un libro che considero già imprescindibile per chi ha vissuto gli anni zero ed ama gli sguardi obliqui, quelli insoliti, quelli da prospettive sui generis in grado di inquadrare diversamente e con lucida amarezza quanto sana ironia, i tempi in cui viviamo ed abbiamo appena vissuto. Il libro si intitola “Anatra all’arancia meccanica” è edito da Einaudi ed è scritto dal quartetto di scrittori (semi) anonimi Wu-Ming. Dentro ci sono finiti scritti, racconti e saggi tratti da 10 anni di pubblicazioni on-line o in antologie varie. Racconti che se letti assieme ci narrano, sfiorandoli abilmente, gli accadimenti più rilevanti degli anni 2000. Alla maniera dei Wu Ming chiaramente, tra sci-fiction e non-fiction. Questo un passo della bellissima prefazione scritta da Tommaso de Lorenzis: “Dunque, Anatra all’arancia meccanica non fa sconti. A distanza dalla rappresentazione più ovvia, ostentando un plurilinguismo scoppiettante, procedendo da osservatori inusuali, battendo percorsi indiretti, affronta le questioni cruciali del nostro tempo. Racconta il disordine ambientale, il transito dei migranti, l’eccedenza delle storie, l’isteria securitaria, l’intolleranza microfisica, la «micromegalomania» narcisistica, la condizione del lavoro intellettuale. Presenta il decesso di un’epoca marchiata a fuoco da guerre e disastri. Assume con elegante riserbo ciascuna delle sconfitte maturate nel corso di questo decennio e ha lo stile di non vendere la consolazione a buon mercato dell’“avevamo ragione”. Consigliatissimo.

giovedì 24 giugno 2010

Quale futuro per la nostra identità?

Riporto uno dei più belli e riflessivi articoli che mi sia capitato di leggere sull'argomento informazione/identità/web 2.0 negli ultimi anni. Dentro ci troverete molti spunti di riflessione e non sarebbe male dibatterne proprio in questo spazio, così virtuale, così reale per certi versi, così in grado di fermare per un momento il flusso di informazioni continue che ci pervengono da ogni lato pur facendo parte di questo flusso, del suo scrosciare. L'articolo è stato scritto da Giorgio Fontana ed è apparso su "il primo amore" on-line.

Un io in frantumi

David Hume, trecento anni fa, proponeva di ridurre l'io a un fascio di sensazioni. Non c'è un'unità di fondo, l'anima è un concetto superfluo, tutto ciò che resta è quanto percepito. Un'immagine che sembra particolarmente azzeccata per descrivere la giornata di un giornalista, di uno studente e anche di un impiegato dei nostri giorni: praticamente di chiunque. Mentre scrivo quest'articolo, faccio refresh sulla pagina di Facebook e sul mio account di posta elettronica ogni due minuti. Mi fermo, mi rendo conto di essere al limite della dipendenza, o forse di averlo già superato. Ma chi non lo fa? In un articolo uscito su "il manifesto" il 18 giugno scorso, Marco Mancassola analizza con cura diversi aspetti della questione. In particolare si sofferma sulla CPA — la Continuous Partial Attention di cui parla Linda Stone, ex manager di Apple. Sappiamo tutti di cosa si tratta: saltare da una finestra all'altra, da un flash informativo all'altro, senza posa e senza mai approfondire realmente quanto leggiamo. Qualunque multitasker avrà provato la sottile ebbrezza di vedere un messaggio di posta in arrivo mentre fa alt+tab alla velocità della luce, passando dal sito di un quotidiano a un video di Youtube. Insomma: la concentrazione dedicata non solo alla lettura ma anche alla scrittura e in genere a qualunque tipo di fruizione del reale è pericolosamente in calo, in un mondo in cui essere si avvicina sempre di più a essere connessi — e, di più, a essere frantumati. Ma qual è lo sfondo di tutto questo? Dove siamo finiti?
Persi nell'infosfera Il filosofo Luciano Floridi — professore a Oxford e massimo esperto di filosofia dell'informazione — ha coniato un termine perfetto per indicare dove siamo finiti: infosfera. La realtà, a suo avviso, sarebbe definibile innanzitutto in termini di dati ancora prima che di enti, o forme di vita, o qualunque altro concetto. L'infosfera include la biosfera e il mondo materiale: il bit diventa l'atomo del terzo millennio. Il processo è stato rapido e non indolore per le generazioni a cavallo di questa rivoluzione che è insieme tecnologica e filosofica. Floridi è pacatamente ottimista, pur sottolineando i rischi del caso: con il tempo l'uomo si troverà sempre più a suo agio nell'infosfera, e sarà in grado di manipolare nel modo migliore la quantità esorbitante di dati cui è sottoposto. Ma al momento l'ottimismo non sembra molto giustificato. E questo non solo per quanto riguarda la rete, ma anche per il modo in cui la rete sta contaminando — in tutte le sue forme — la realtà materiale.
Un'ontologia del frammento Sì perché la frammentazione dell'infosfera non è soltanto una questione materiale o psicologica, sebbene questi siano risvolti molto importanti. È anche una questione filosofica: l'ontologia della rete è un'ontologia profondamente frammentaria, e il suo precipitato è la nostra vita di ogni giorno, la cara vecchia realtà cui eravamo abituati. La società dell'infosfera è fondata sull'idea che vi sia qualcosa da ricevere — che senza una sollecitazione esterna di qualunque tipo, dall'e-mail alla friend request di Facebook ai feed dei nostri blog preferiti, non vi sia attività e dunque non vi sia realtà. L'attesa di un messaggio in arrivo è molto di più che uno stato mentale. È come se la nostra struttura cognitiva, il nostro io, stesse andando alla deriva in un mondo che la rispecchia in pieno: sono punto di continuo da minuscoli spilli, e va bene così. In questo panorama, credo che la ricetta della disconnessione forzata sia quasi un'utopia. Certo, ci si può mettere a dieta dalla rete o persino isolarsi in un luogo dove il caos informazionale non ci raggiunga. Ma non è questo il punto. Il punto è che il mondo batterà i pugni contro la porta sempre di più, fino a impedire anche autentiche forme di solitudine o raccoglimento. Uno degli scenari possibili della rete futura, secondo Floridi, è quello di un "web 6.0" dove il confine tra online e offline, tra carbonio e silicio, è stato definitivamente eroso. Fantascienza? Non è detto. E non è nemmeno detto che questo futuro sia così remoto.
Il canto delle sirene
Ma per quanto riguarda il presente, l'incapacità di approfondire e gestire le informazioni rimane la cifra di questa società. Siamo immersi in un mondo che ha cambiato volto molto più rapidamente di quanto abbia potuto comprendere. E il problema ulteriore è che per comprendere ci vuole tempo e fatica, e un uso corretto dell'informazione: mentre la rivoluzione sembra scardinare anche questi assi. Gli elementi del reale sono molto più attivi che in passato. Non ci aggiriamo più in un cosmo fatto di oggetti muti cui dare un senso: il pop-up è una forma dell'essere, e tutto richiede attenzione, tutto canta come una sirena che brama il nostro tempo. Persino lo schermo non è un ricettacolo o uno spazio neutro. Le sirene sono ovunque. E i rischi della loro musica sono molti. Ne cito soltanto due. Il primo è quello di perdere un'autentica capacità dialogica e di argomentazione. Quanto tempo sono disposto a concedere allo sviluppo di un confronto serio? Non è molto più semplice limitarsi a twitterare uno slogan e leggere di sfuggita i commenti? Questo non significa che online non vi siano contenuti di qualità: tutt'altro. Semplicemente, condividono lo spazio con una miriade di informazioni estranee — mentre quando leggo un libro, leggo un libro. Punto. Non è una questione di profumo della carta o di validità del supporto, quanto proprio del silenzio semantico che crea un oggetto come il libro: non ci sono disturbanti. Nessun pop-up. A questo si lega l'altro timore: saremo ancora in grado di comprendere certe forme di bellezza? Un'umanità abituata a frammentare sempre di più la propria attenzione — e di converso, la propria idea di realtà — sarà ancora capace di dedicare tempo e fatica a Proust, agli ultimi lavori di Coltrane, ai dettagli di Kandinskij? O ridurrà tutto alla pagina della madeleine, al tema diA Love Supreme e a un'accozzaglia di colori? Imparare a gestire l'infosfera significa anche questo: non perdere la nostra estetica. E uso il termine nel senso più ampio: non perdere la nostra capacità di percepire attivamente, di usare i sensi, di rapportarci con il mondo — di qualunque mondo si tratti.
Io penso
All'inizio di questo pezzo ho citato Hume. Bene, Kant tracciò una via per evitare la frantumazione dell'intelletto propugnata dal filosofo scozzese: non è vero che l'io è solo un fascio di sensazioni, non è vero che non c'è un'autorità centrale in grado di sintetizzare ed elaborare compiutamente i dati. L'io penso è la risposta energica a questa visione. Nonostante l'enorme quantità di sollecitazioni cui siamo sottoposti, siamo primariamente noi. C'è una funzione logica che ripete io, io, ioio penso. Ed è a questa identità che dobbiamo riferirci per ritrovare la via. Perché al di là dei tecnicismi, credo che Kant avesse in mente anche un ideale etico. L'unità del suo io era profondamente morale: un'anima spezzettata e plurale è incapace di riconoscersi e di distinguere cos'è giusto fare: ma anche cos'è bello, cos'è importante, cos'è umano. Mentre finisco di scrivere, le sirene cantano di continuo. Posso sentirle. Per alcuni è impossibile tapparsi le orecchie. Per altri, è ancora necessario fare uno sforzo: se non altro per imparare a difendersi.

lunedì 26 aprile 2010

Gli incendiati

Antonio Moresco
Fra tre giorni (martedì 20 aprile) sarà in libreria -edito da Mondadori- il mio ultimo libro, un breve romanzo scritto pochi mesi fa, di getto, in un mese. E' una cosa che non avevo previsto e che è nata per un'improvvisa e incontenibile urgenza, mentre mi stavo preparando a gettarmi per molti anni (se mai li avrò) nell'impegnativa impresa che mi aspetta: il terzo, vasto romanzo che chiuderà l'orbita cominciata con Gli esordi e proseguita conCanti del caos. Oggi, a tre giorni di distanza dalla data d'uscita di questo piccolo libro alieno, leggo la risposta di Roberto Saviano alle dichiarazioni di Berlusconi suGomorra, allucinanti e gravi. Sono completamente d'accordo con Roberto ed esprimo la mia solidarietà a lui ma anche alle persone che, all'interno della casa editrice, hanno svolto in questi anni un lavoro onorevole e hanno agito in libertà pubblicando libri coraggiosi e buoni. Negli ultimi tempi, dopo avere peregrinato tra vari editori, ho pubblicato alcuni libri in case editrici del gruppo Mondadori. Per quanto mi riguarda, posso dire che nessuno ha mai cercato di limitare la mia libertà né le mie opinioni, di scrittore e di uomo. Spero che le persone che lavorano all'interno della casa editrice riescano a difendere il lavoro che hanno degnamente svolto e le scelte fatte in questi anni e che sia così anche nel futuro. In caso contrario, se la Mondadori e il suo gruppo diventassero un luogo militarizzato, io -per quel poco che conta- non ci potrei più stare. Il mio romanzo si intitola Gli incendiati e comincia così: «Allora ero completamente infelice. Nella mia vita avevo sbagliato tutto, fallito tutto. Ero solo. Lo avevo capito di colpo, in una notte di forte pioggia in cui non riuscivo a dormire, e ne ero rimasto annientato. Non c'era libertà intorno a me, non c'era amore. Solo aridità, asservimento, vuoto, vita che sembrava morte. Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C'erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell'amore. Andavano in giro inalberando i vessilli dei loro volti morti. Sbadigliavano esageratamente, per strada, guardare dentro le loro bocche spalancate era come affacciarsi a una latrina piena di merda morta. Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle. Se ero solo, meglio essere solo da solo. Ero uscito di strada, ero deragliato. Inutile raccontare dov'ero finito, le cose che ho fatto. Non sono tenuto a dirlo. Il tempo cambiava, la luce cambiava. Ma io non vedevo niente. Mi muovevo come un sonnambulo in una foresta di corpi morti. Era arrivata l'estate. La città dove vivevo si cominciava a svuotare. La gente caricava al buio le auto e fuggiva. Ma io non sapevo dove andare. Non avevo voglia di niente. Camminavo sui marciapiedi dall'asfalto molle per il caldo e provavo solo la vertigine di essere solo da solo invece che in mezzo agli altri, dopo che mi si era aperta la mente e avevo capito come stavano veramente le cose. Di notte restavo con gli occhi sbarrati nel buio, non riuscivo a dormire. Arrivavano solo, di tanto in tanto, degli improvvisi momenti di sfuocamento e di assenza, che non erano veglia e non erano sonno, come degli svenimenti da cui mi svegliavo di soprassalto, col cuore in gola. Una mattina, dopo una notte passata sveglio, svenuto, ho riempito alla rinfusa lo zaino, ho rastrellato nel cassetto i luridi soldi che avevo guadagnato negli ultimi mesi, sono salito in macchina e sono improvvisamente partito.»
Pubblicato da a.moresco il 17-04-10 il richiamo della foresta

mercoledì 17 febbraio 2010

La gestione della popolazione superflua - da Angela Davis. Parte 1

Inizio oggi, in seguito alla lettura di "Aboliamo le progioni? - contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale" dell'attivista politica Angela Davis (Black panter negli anni '70 e oggi insegnante di storia della coscienza presso l'Università della California), la pubblicazione di alcune parti significative del libro che, ritengo, portano alla luce in maniera quanto mai lucida, molti problemi che affliggono la nostra società odierna, partendo dalla prospettiva razziale e sessista che segna molti ambiti della quotidianità nel nuovo scenario globale. "Oggi sembra che la gente si senta continuamente minacciata da un possibile crimine, una sensazione fomentata dai media. Questo senso di panico è costruito ad arte o ha un qualche fondamento? Certe psicosi si sono sempre verificate in condizioni particolari. Pensiamo ad esempio alla psicosi dello stupratore nero subito dopo l'abolizione della schiavitù. Il mito dello stupratore nero era (è) una componente chiave di una strategia ideologica volta a riformulare i problemi derivanti dalla necessità di gestire i neri appena affrancati. Analogamente, la psicosi della criminalità non è legata a un aumento materiale della delinquenza ma piuttosto al problema di gestire vasti settori della popolazione resi superflui dal sistema del capitalismo globale. Il nazionalismo richiede sempre un nemico, che sia interno o esterno alla nazione. Non è una novità. Le conseguenze concrete, ovviamente, sono orrende. Le persone di origine araba o mussulmana - o quelle che SEMBRANO arabe o mussulmane (qualunque cosa possa voler dire) - stanno soffrendo terribilmente negli USA e in Europa. L'occupazione statunitense dell'Iraq e dell'Afghanistan sta avendo conseguenze spaventose ed inimmaginabili."

lunedì 1 febbraio 2010

Ciò che diventiamo

"Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno viene fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che sono felici!
La nostra civiltà è così vasta che non possiamo permettere alle nostre minoranza di essere uno stato di turbamento e agitazione. Domandatelo anche tu: che cosa ci preme, in questo paese, avanti e soprattutto? Gli esseri umani vogliono la felicità, non è vero? Non è quello che sentiamo dire da quando siamo al mondo? Voglio un po' di felicità, dice la gente. Ebbene non l'hanno forse? Non li teniamo in continuo movimento, non diamo loro interrottamente svago? Non è per questo che in fondo viviamo? Per il piacere e i più svariati titillamenti? E tu non potrai negare che la nostra forma di civiltà non ne abbia in abbondanza, di titillamenti...
Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora non porgliene nessuno. Fa che dimentichi che esiste una cosa come la guerra, imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopo di chè avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno!" Ray bradbury - Fahrenheit 451

mercoledì 20 gennaio 2010

La finzione è dio, dio è la finzione

E' tra noi. Ma non richiesto. Non intenzionalmente convocato. E...non abbiamo sacramenti che mediano, coi quali proteggerci, con i nostri rituali accorti, astuti, venerandi e meticolosi, non possiamo costringerlo a racchiudersi solo in determinati elementi come pane e acqua o pane e vino. E' venuto allo scoperto, si allarga in tutte le direzioni. Ci guarda negli occhi; e guarda attraverso i nostri occhi. Philip K. Dick - Le tre stimmate di Palmer Eldricht

domenica 20 dicembre 2009

Giornalismo partecipativo

Segnalo il libro di Gennaro Carotenuto, GIORNALISMO PARTECIPATIVO. Lettura caldamente consigliata. "Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. prezzo speciale di 10.20 Euro. Il conformismo, la sciatteria, la sudditanza culturale, il servilismo e il carrierismo sono i primi motori di omologazione dei media tradizionali. Una speranza viene da Internet. Nella nebulosa informativa, i “media personali di comunicazione di massa”, dove milioni di liberi cittadini possono dire la propria, libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa e giornalismo come bene comune. Secoli prima che la nostra Costituzione garantisse il “diritto di stampa”, nella Venezia di fine Quattrocento era già stato codificato il “privilegio di stampa”. Ancora oggi l’imprinting del giornalismo ufficiale, che si fa scudo con la grande storia del Quarto potere, è la corrività con l’establishment politico ed economico. La concentrazione editoriale spacciata per libertà d’espressione sta cancellando, senza bisogno di censure, le voci di interi spezzoni della società mentre gli sponsor si pongono come unici interlocutori del giornalismo. Se il collateralismo tra mass media e potere è un consolidato processo storico e solo ciò che è vendibile è rappresentato, i media disegnano una società unidimensionale dove interi mondi sono oscurati, travisati o criminalizzati. In una società dove, usando le parole di Noam Chomsky, il giornalismo è “la fabbrica del consenso”, tutti i migranti sono delinquenti e tutte le donne aspiranti veline. La crisi etica ed economica della stampa è accelerata dal medium che incarna l’informazione del futuro: Internet. A 15 anni dall’arrivo dei giornali in Rete è tempo di ripercorrerne la storia: le edizioni digitali rappresentano finora un’occasione mancata, usata per abbassare i costi, precarizzare i giornalisti e omologare verso il basso il messaggio. Trent’anni di informazione digitale rappresentano però anche un parallelo processo di democratizzazione dell’informazione. La Rete offre sinapsi e tecnologia libera, rompendo la gabbia della concentrazione editoriale. Abbassando l’asticella permette a milioni di soggetti di far circolare notizie non filtrate dal mainstream. Con luci e ombre, da molto prima della nascita dei blog, del Web 2.0, dei social network, la Rete ha reso possibile un giornalismo diffuso e partecipativo, dal basso, ma non per questo meno verificabile. Se i media tradizionali si basano sulla cooptazione, il “giornalismo partecipativo” fonda la propria autorevolezza sulla revisione tra pari caratteristica della comunità scientifica e sulla comunicazione aperta. Siamo di fronte a un’erosione del latifondo mediatico e a una Riforma agraria dell’informazione? Gennaro Carotenuto insegna Storia del giornalismo e dei nuovi media e Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Macerata. Giornalista pubblicista, dal 1998 collabora con Radio3Rai e scrive per il trimestrale Latinoamerica dal 1992. Ha collaborato con quotidiani come El País, La Stampa, La Jornada. Dal 1997 è analista di politica internazionale del settimanale uruguayano Brecha. Dal 1995 sperimenta il giornalismo partecipativo con un proprio sito personale: http://www.gennarocarotenuto.it. Nel 2005 ha pubblicato Franco e Mussolini, la guerra vista dal Mediterraneo (Sperling&Kupfer). Nel 2007 ha curato il volume Storia e comunicazione. Un rapporto in evoluzione (EUM)."

giovedì 3 dicembre 2009

La guerra dell'acqua

Riporto un comunicato importante per sensibilizzare su una questione su cui si sta ponendo poca l'attenzione. Lo stesso modo (sornione) in cui è inserita la riforma di privatizzazione dell'acqua nella prossima finanziaria dovrebbe far riflettere. Di seguito: spunti di riflessione e incontri per approfondire il tema. Occhio che tra le date compare anche Trento. "Dall’America latina all’Europa, i protagonisti delle battaglie internazionali in difesa dell’ acqua per una serie di incontri e conferenze: Dalla Bolivia Oscar Olivera, dal Messico Raquel Gutierrez, dall’Irlanda John Holloway, dall’Italia padre Alex Zanotelli. Testimonianze e confronti sul valore rivoluzionario del bene comune acqua, che attorno a sé riassume le contraddizioni della nostra epoca, ispirando la creazione di nuovi orizzonti possibili. Un evento tanto più significativo, nell’Italia che privatizza l’acqua. Verrà presentato il libro “La Rivoluzione dell’Acqua – La Bolivia che ha cambiato il mondo” [ed. Carta – a cura di Yaku], sulla Guerra dell’Acqua di Cochabamba di cui cadono i dieci anni. Insieme agli autori, Oscar Olivera e Raquel Gutierrez e la partecipazione di John Holloway. Il libro “La Rivoluzione dell’Acqua” sarà distribuito in Trentino con il settimanale carta venerdì 27 novembre, e a tutti gli abbonati in Italia. —————————————————– Aprile del 2000: in Bolivia un popolo viene ridotto alla sete in nome del profitto. La multinazionale statunitense Bechtel privatizza la rete idrica della città di Cochabamba. Il costo dell’acqua diventa insostenibile. La già poverissima popolazione boliviana si ribella e si organizza. Nasce la Coordinadora en defensa del agua y la vida, un coordinamento che raccoglie contadini, indigeni, donne, vecchi, professionisti, giornalisti, minatori: insieme per dire basta all’ennesimo sfruttamento indiscriminato. Dopo mesi di duro confronto per le strade, la Bechtel è costretta a recedere e la popolazione cochabambina si riappropria dell’acqua, sacra per la gente delle Ande. E’ la Guerra dell’Acqua di Cochabamba, il primo conflitto in nome dell’oro blu: un evento spartiacque che ha aperto gli occhi al mondo sui limiti di un sistema economico globale che arriva a togliere l’acqua agli esseri umani in nome dello sfruttamento e dei profitti. Novembre 2009: in Italia il governo privatizza l’acqua attraverso l’articolo 15 del decreto legge 135. E’ la messa sul mercato di un bene essenziale per la vita e di un diritto inalienabile. A quasi dieci anni di distanza, la lotta contro la mercificazione dei beni comuni segna la storia di due Paesi molto diversi fra loro. In Bolivia l’acqua è stata inserita nella Costituzione come diritto umano inalienabile. In Italia che succederà? Se ne discuterà assieme ai grandi protagonisti delle lotte sociali di questo decennio, per un confronto con i comitati locali ed i territori : con Oscar Olivera, della Coordinadora del Agua y la Vida di Cochabamba, Bolivia, che fu uno dei protagonisti della Guerra dell’Acqua. Con Raquel Gutierrez, attivista e sociologa messicana, durante la Guerra dell’Acqua si occupava della comunicazione. E la partecipazione di John Holloway,politologo e scrittore, autore del libro – cult "Cambiare il mondo senza prendere il potere". Un viaggio fra le città italiane – Trento, Lucca, Roma, Bari, Padova, Belluno – per uno spaccato della situazione del nostro Paese, con incontri con la società civile, le Università, i movimenti sociali. Inoltre: collegamenti in diretta con il Forum sull’Ambiente di Copenhagen (dal 7 al 17 dicembre), e uno sguardo sul cammino democratico della Bolivia, che il 7 dicembre avrà affrontato l’importante appuntamento con le elezioni presidenziali. Ad ogni incontro, sarà presentato il libro “La Rivoluzione dell’Acqua: la Bolivia che ha cambiato il mondo” ed. Carta, a cura dell’associazione Yaku. CALENDARIO DEGLI INCONTRI: A TRENTO IL 10 E 11 DICEMBRE (scarica la locandina dell’evento) 10 DICEMBRE ORE 20,30 AL TEATRO SAN MARCO – Via San Bernardino, 8 . L’acqua pubblica, i territori e l’autogoverno. L’esperienza della Guerra dell’Acqua di Cochabamba assieme ai suoi protagonisti. Oscar Olivera, Raquel Gutierrez, John Holloway insieme a Padre Alex Zanotelli, per un incontro pubblico, al quale parteciperà anche Michele Nardelli, del Forum Trentino per la Pace. 11 DICEMBRE ORE 9 PRESSO LA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO Incontro con l’assessore alla Solidarietà e Convivenza, Lia Giovannazzi Feltramie Oscar Olivera sul progetto di cooperazione internazionale Scuola Andina dell’Acqua, sostenuto dalla P.A.T. e gestito da Yaku assieme alla Fundacion Abril e alla Coordinadora del Agua y la Vida di Cochabamba 11 DICEMBRE ORE 11 – 13, UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TRENTO, FACOLTA’ DI SOCIOLOGIA via Verdi, 26 – aula 12 – primo piano Seminario: “La guerra dell’acqua a Cochabamba come laboratorio di un’altra politica: esperienza di emancipazione e partecipazione sociale Presentazione del libro curato dalla Associazione Yaku: “La rivoluzione dell’acqua: la Bolivia che ha cambiato il mondo con: Oscar Olivera, Raquel Gutierrez, John Holloway e i Docenti Giovanna Gadotti, Lauro Struffi Dal 5 al 15 dicembre presso il Centro di Formazione alla Solidarietà di Trento, via San Marco, mostra fotografica di Lorenzo Scaldaferro: 20 bianco/neri sui progetti di yaku in Bolivia A CAPANNORI (Lucca) IL 12 DICEMBRE Conferenza e presentazione libro, con l’Osservatorio per la pace di Capannori, il “comune virtuoso d’Italia” con: Oscar Olivera, Raquel Gutierrez, John Holloway A ROMA IL 14 E 15 DICEMBRE 14 dicembre presso la sede di Carta, incontro conviviale 15 dicembre alle 15 presso l’Università La Sapienza, facoltà di Fisicica, incontro con gli studenti dell’Onda e i comitati del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua con: Oscar Olivera, Raquel Gutierrez, John Holloway A BARI IL 17 DICEMBRE Con Nichi Vendola, governatore della Puglia, e il Comitato pugliese Acqua bene Comune, incontro pubblico presso l’Acquedotto Pugliese con: Oscar Olivera A PADOVA IL 18 DICEMBRE Con Radio Sherwood e Ya Basta, Oscar Olivera racconta del cammino democratico della Bolivia post elezioni con: Oscar Olivera A BELLUNO IL 20 DICEMBRE Con Ya Basta ed i comitati del nordest in difesa dell’acqua pubblica, del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune con: Oscar Olivera

mercoledì 4 novembre 2009

le alternative non esistono

che l umanita` x salvarsi debba prendere coscienza di se stessa e del suo ruolo nel cosmo e nella sua stessa natura di aggregato umano, pare evidente. Forte di questa convinzione di origine democratica, mi sono immerso nella lettura di vita liquida di zygmunt bauman il quale in un passaggio molto significativo, sottolinea l`importanza dell`atteggiamento critico e dell`educazione, nel raggiungimento di questo obiettivo. Riporto il passaggio perché é molto significativo: una societa` democratica non conosce alternative allìmpiego dell`educazione e dell` autoeducazione come mezzi per influenzare il corso degli eventi che possono essere riconciliati con la sua natura, la quale dal canto suo non si puo` conservare a lungo senza pedagogia critica, senza un educazione cioé, che affili le armi della critica, faccia sentire in colpa la nostra societa` e smuova le acque agitando le coscienze umane. Mi sembra racchiuda davvero molto di cio` che nel nostro quotidiano dovremmo e dobbiamo essere in grado di fare. X rendere il mondo umano piu` ospitale all`umanita`.

lunedì 12 ottobre 2009

La propaganda in una società democratica

In un'illuminante saggio del filosofo-scrittore Aldous Huxley intitolato "la propaganda in una società democratica" scritto nel 1958, ho trovato conferma a quanto accade nel nostro clima politico attuale, a riprova di quanto letteratura ed arte siano spesso in grado di interpretare la realtà ed anticiparla. "Per la loro propaganda i dittatori si avvalgono soprattutto di 3 mezzi: Iterazione, soppressione e razionalizzazione. Ripetizione di frasi fatte e parole chiave che essi vogliono far accettare per vere (vedi libertà, per il bene del popolo, ciò che la maggioranza vuole, ecc), soppressione dei fatti che essi vogliono ignorati (vedi l'attenzione alla forma e alla polemica per sviare dalla sostanza, dal fatto); suscitamento e razionalizzazione di passioni che possono poi usarsi nell'interesse del Partito o dello Stato (vedi fede calcistica, programmi televisivi ad hoc, intrattenimento di massa, esaltazione dell'io e della virilità). Poichè si approfondiscono l'arte e la scienza della manipolazione, i dittatori di domani sapranno certamente unire a quelle tecniche il flusso continuo delle distrazioni, un elemento che già oggi in Occidente, minaccia di far affogare in un oceano di fatuità la propaganda razionale, indispensabile per la conservazione della libertà individuale e la sopravvivenza delle istituzioni democratiche". Credo ci sia poco altro da aggiungere se non di guardare la nostra realtà e scovare le tristi analogie con quanto scritto da Huxley.

venerdì 21 agosto 2009

Il gioco dei ruoli

...la gente non doveva più badare tanto all'orribile verità. Man mano che cresceva la leggenda vivente del crudele tiranno e del mite santone della giungla, cresceva di pari passo la felicità della popolazione. Erano tutti impegnati a tempo pieno come attori di una commedia che qualsiasi essere umano poteva capire e applaudire in qualsiasi parte del mondo. E così la vita divenne un'opera d'arte. C'era un problema però...la vicenda mutò l'anima dei protagonisti...
(Kurt Vonnegut - Ghiaccio-nove) 

sabato 25 luglio 2009

Militarizzazione dell'informazione

Proseguendo il discorso sull'informazione e la sua gestione, affronto qui il tema da un'altra angolazione, da un'altra prospettiva rispetto a quella del post precedente. Per farlo chiamo in mio aiuto un passo del libro "Merda e Luce" di Antonio Moresco. Il tema è la sovrabbondanza di informazione e la militarizzazione della stessa nel nostro tempo. Non è una critica, se mai una presa di coscienza.
"Siamo entrati in un'era di conflitto costante. Finora la storia si è presentata in termini di ricerca di informazioni. Oggi la sfida consiste nel gestire l'informazione. Coloro in grado di scegliere, dirigere, sintetizzare e applicare le conoscenze adeguate risulteranno vincenti. Noi, i vincitori, saremo una minoranza. Per le masse mondiali devastate dall'informazione che non possono gestire e interpretare efficacemente, la vita è difficile, brutale. Il ritmo generale del cambiamento ci sommerge. In ogni paese coloro che non sono in grado di comprendere il nuovo mondo, di trarre profitto dalle sue incertezze, di adattarsi alla sua dinamica, diverranno nemici violenti dei loro governi, dei loro vicini più fortunati e, in ultima istanza, degli Stati Uniti. Stiamo entrando in un nuovo secolo americano, nel corso del quale diventeremo ancora più ricchi, ancora più preponderanti dal punto di vista culturale e sempre più potenti. Susciteremo odi che non hanno precedenti. Non ci sarà la pace. In ogni momento, durante tutta la nostra vita. Le prime pagine dei giornali parleranno di conflitti violenti, ma le lotte culturali ed economiche risulteranno costanti e, in definitiva, più decisive. Il ruolo che dovranno svolgere le forze armate americane sarà quello di rendere il mondo un luogo sicuro per la nostra economia e uno spazio aperto per la nostra dinamica culturale. Per ottenere simili risultati ci toccherà assumerci responsabilità di un certo numero di massacri. Stiamo costruendo un sistema militare fondato sull'informazione che sia in grado di realizzare questi massacri." Antonio Moresco, 2007.

martedì 9 giugno 2009

I Canti del Caos - Antonio Moresco

Dopo 7 anni dalla lettura del primo Canto, termino ora la lettura del terzo e conclusivo, dopo una rilettura completa dell'intera opera Moreschiana e sento di poter dire con certezza che mai più leggerò qualcosa di simile. Recensirlo credo sia impossibile perchè piani di narrazione, letteratura, strutture narrative, linguaggio, personaggi sono a tal punto oltrepassati e r-increati, da sottrarre persino le parole possibili alla critica, alla riflessione distaccata.
Riporto solo un passaggio significativo, tra le sillabe finali che mi hanno fatto scorrere un brivido lungo la schiena. Dopo l'increazione, la ri-creazione dello spazio letterario, del concetto stesso di spazio e tempo, non solo narrativo.
"Questo è l'inizio che scavalca all' incontrario l'inizio. Io sono lo scrittore che increato che è venuto al mondo alla fine che c'è prima ancora dell'inizio su questo pianeta immobilizzato, oltrepassato e venduto. E che sta fronteggiando la fine della sua stessa specie e la divaricazione della specie. Faccio ancora parte di questa specie ma sto già scrivendo per un'altra specie che ancora non c'è, non si sa ancora se c'è, ci sarà. Questo libro non esiste, è increato. Nessun libro così è mai stato scritto nè mai potrà essere scritto. Io ho avuto solo la fortuna di venire investito un istante prima di cominciare. Sono lo scrittore increato che da molti anni si stava preparando all'avvento di un'opera mai vista prima... Sono dentro la solitudine infinita dell'inizio che c'è primadopo ogni possibile inizio. Sono nella zona smisurata e increata che c'è tra il concepito e l'inconcepito prima ancora che sia concepito."
Antonio Moreso, Canti del Caos, Mondadori 2009. 
Grazie

lunedì 11 maggio 2009

Sull'impegno dello scrittore: Antonio Moresco

Una chicca: intervista ad Antonio Moresco. Come sempre è in grado con poche parole di riassumere bene i nostri tempi, il ruolo dello scrittore, dell'uomo nel suo mondo.