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lunedì 23 dicembre 2013

Luke’s awards 2013 – best music

Come da tradizione ecco la mia personalissima classifica dei migliori album usciti nel 2013 tenendo conto di bellezza oggettiva (per quanto possibile) del disco, grado di innovazione e sopratutto emozioni trasmesse. Questi sono, da sinistra a destra, i miei top 15…con una veloce motivazione pe ognuno. Nonostante aggiorni poco questo blog ultimamente (mi potete trovare più spesso su: www.groovenauti.com e su http://blogger.trentoblog.it/lucamich/, valeva la pena raccogliere anche qui un po' di ricordi sonori di quest'anno come archivio da consultare in futuro.



1. Jon Hopkins – Immunity
E’ l’artista che mi ha emozionato di più nel 2013: lo storytelling applicato alla musica elettronica strumentale.
I suoi sono mondi e tessuti sonori in cui perdersi e ritrovarsi ogni 4 battute.
2. Bonobo – The North Borders
Bonobo prosegue il lavoro fatto con Black Sands fondendo etno music, trip hop, soul ed elettronica in un mix di suggestioni. E lo fa con la padronanza di un orchestrante gestendo voci, strumenti, campioni. Impressionante
3. Flume – Flume
Disco perfetto il suo, l’anello mancante tra post-dub step ed hiphop. Direttamente dall’Austrialia per aggiugere tasselli mancanti alla bass music europea.
4. James Blake – Overgrown
Una conferma su disco e una sorpresa totale live. Al Primavera di Barcellona ha stupito tutti non solo per la voce cristallina ma per i bassi più potenti di sempre.
5. Daft Punk – Random Access Memories
Dopo anni di silenzio il duo mascherato ha saputo catturare lo spirito del 2013 ed il ritorno alle sonorità anni ’80 che hanno caratterizzato quest’anno. Citazionista e futurista allo stesso tempo.
6. Shigeto – No better time then now
Sonorità totalmente nuove nel panorama elettronico grazie a ritmiche creative e mai scontate, interamente suonate con batteria analogica. Anche qui qualcosa di mai sentito prima.
7. Jose James – No beginning no End
Miglior voce black del pianeta con buona pace anche di Frank Ocean, disco impeccabile per Blue Note records. Il Jazz moderno ai massimi livelli.
8. Fat Freddy’s Drop – Blackbird
Molto più che una riconferma: un’evoluzione dal dub suonato a quello più club passando per il raggae e la deep-house. Un escursus su ciò che rappresenta la musica black per l’umanità.
9. Burial – Rival Dealer
Forse il disco più futurista uscito quest’anno: tra qualche anno sarà ricordato per aver dato il via ad un nuovo tipo di approccio alla musica elettronica. Vale tanto quanto il suo primo disco per carica innovativa
10. Earl Sweatshirt – Doris
Odd Future dopo Tyler the Creator (ottimo anche il suo Wolf), sforna questo artista dalle rime quasi troppo facili e strafottenti: un talento cristallino che riassume come si può rappare senza sforzo nel 2013. E soprattutto senza ritornelli. La cosa più simile ai Wu-Tang uscita dal 96 ad oggi. C’è pure la firma di RZA infatti.
11. Moderat – II
Il ritorno dei Modeselektor + Apparat regala synth di una potenza totale affiancati a melodie dolci e riappacificanti. L’elettronica al suo meglio. Di gran lunga superiore al suo predecessore.
12. Godblesscomputers – Freedom is ok
E’ l’elettronica più “liquida” che si possa sentire in questo momento: una fusione perfetta tra suoni analogici, digitali e celebrali. Unico italiano a tenere testa su LP ai grandi della musica bass contemporanea.
13. Tricky – False Idols
Ritorno soul e trip-hop per uno dei pesi massimi degli anni ’90, dando spazio ad una voce femminile (italiana) meravigliosa.
14. RJD2 – More is then isn’t
La dimostrazione di come si può essere ancora creativi, originali e groovosi campionando a piene mani. Un ritorno che fa tornare alla mente i tempi della Def Jux. Nostalgico ma nuovo.
15. Atoms for Peace – AMOK
Il disco più curato dell’anno: ogni suono è stato studiato alchemicamente per risuonare con il tormentato animo umano. Un disco che è tanto difficile da comprendere a pieno, quanto lo è smettere di analizzarlo.

Luke

domenica 24 febbraio 2013

Deep White, silenzio in musica by Max Prod feat. Luke


Qualche settimana fa con il mio fido compare Max Prox abbiamo girato in video.
Un video nato un po' per caso ma non a caso, con una dedica speciale ad un amico scomparso travolto da una valanga, Antonio Gianmoena.

Il video è nato in modo naturale, senza nemmeno lo scopo di fare da dedica, ma si sa i sentimenti e le emozioni a volte ci guidano in modo quasi inspiegabile.
Non serve aggiungere altro se non buona visione e buon ascolto.



"E’ freddo che copre, colore che a cancella, un bianco che avvolge, stritola, sotterra, naturalmente contro-natura, fin sottoterra.

Bianco profondo non ha pace, bianco che affonda in superficie, bianco che annulla e riscrive, bianco che sotto sotto, forse, vive.

E’ uno strato che sottrae, che toglie, uno strappo che le uccide. Foglie silenziose come fiocchi dal cielo, in bilico tra ciò che sentono, il silenzio che udivo ed il frastuono che ho sentito mentre ero vivo.

Deep white, il silenzio che scrivo."

domenica 23 dicembre 2012

Best album 2012 – compiled by Luke


Anche il 2012 ci ha regalato diversi dischi interessanti e di indubbio valore oggettivo (per quanto questa possa essere una chiave di lettura valida per una classifica o un giudizio in generale). Tanta bass-music, qualche ottimo disco hiphop (finalmente) e qualche chicca sperimentale, meno rock indipendente (nonostante il valido Nocturn Quiet dei Mars Volta). Volendo come di consueto stilare una personalissima classifica “best of the year” ho però dovuto escludere alcuni dischi importanti come Cancer 4 Cure di El-P o alcune chicche quali il poetico disco dei producer tedeschi Sekuoia & Rain Dog o ancora l’EP del terzetto S/S/S di casa Anticon o il groovoso Awe Natural delle Thee Satisfation. Ho cercato però di inserire in questo best 15een gli album non solo più belli secondo il mio gusto personale, ma anche quelli con più personalità, quelli che oggettivamente (quanto più possibile) sono riusciti a portare spunti nuovi nel genere che rappresentano.



1. Flying Lotus – Untill the quite comes
2. Gang Colours – The keychain collection
3. Union – Analogtronics
4. John Talabot – Fin
5. JJ DOOM – Key to the kuffs
6. Lorn – Ask the dust
7. Shlohmo – Vacation
8. Burial – Kindred
9. Bonobo – Black Sands Remixed
10.  Kendrick Lamar – Good kid m.a.a.d. city
11. Mala – Mala in Cuba
12. Hot Chip – In our heads
13. Nicolas Jaar – Space is only noise
14. Godblesscomputers – The last swan
15. Lapalux – When you are gone EP

Note/Curiosità:

- di Union si è parlato veramente poco rispetto al valore assoluto di un disco che raccoglie lo spettro completo della musica black in tutte le sue sfacettature. Il pezzo con Guilty Simpson solo per come entra il rapper in modo soft dopo oltre 1 minuto e mezzo di traccia vale da solo il terzo posto in classifica. Nuovo approccio a produzione ed arrangiamento rap.

- è il secondo anno consecutivo che al 2° posto classifico un disco della Brownswood Records, etichetta dell’inglese Gilles Peterson che dopo il seminale Ghostpoet ha scoperto questo ragazzo a nome Gang Colours che ha preso a mio parere il testimone di James Blake nel “genere” post-dubstep. Sempre grazie a Peterson, possiamo oggi ascoltare Mala in Cuba che dà al genere bass un motivo di esplorazione etnica fin’ora scarsamente interpretato.

- Kendrick Lamar è un rapper di Compton che pare aver deciso che si può raccontare il quartiere gangsta per eccellenza (da qui sono usciti i dischi più tamarri e violenti della storia dell’hiphop…a partire dagli NWA) con un approccio “leggermente” più profondo alle liriche di quanto fatto fin’ora. Il tutto con un gusto per produzioni e metriche davvero nuovo. E soprattutto con un’estetica completamente rinnovata.

- di Shlohmo, producer ventenne americano, non si sente davvero mai parlare. Ma è grazie al suo suono ovattato e acquoso che il post dubstep ha assunto un nuovo significato e legato indussolubilmente dub e hiphop. Vedasi anche i dischi di Shigeto, Salva, Jaar, Submerse, Sekuoia, tutti in qualche modo legati al modo di comporre di Shlohmo. Ci sarebbe poi un certo Robot Koch

- The Last Swan di Godblesscomputers è l’unico disco italiano in classifica, che però di italiano non ha nulla se non il “gusto” di fondo. Un disco molto intenso e sentito che unisce “wood, metal and microchips”, strumenti analogici tribali e suoni elettronici in una miscela a suo modo unica, senza forzature ne scopiazzature dai maestri Berlinesi. E non lo dico perchè si tratta di un grande amico, qui c’è qualcosa di speciale. In uscita per Equinox anche il suo nuovo lavoro Freedom is ok.

- Talabot non ha bisogno di presentazioni: forse solo Rustie e Onra nell’ambiente della musica elettronica sono riusciti a fare in parte quello che ha fatto lui con Fin: reinterpretare la musica elettronica anni ’80, ricontestualizzarla e darle senso nel 2012. Un’impresa non da poco e totalmente inedita.

- infine un’ultima nota dedicata all’hiphop, genere al quale sono da sempre legato e che lentamente stava uscendo dalle mie classifiche e dagli ascolti, se non per qualche incursione targata DOOM o Kanye West. Quest’anno complici i producer Union, Jneiro Jarel, e l’eccellente Kendrick Lamar, ben 3 dischi della classifica possono essere definiti Hiphop. Mentre Flying Lotus che domina la classifica è a tutti gli effetti una personalità proveniente dall’ambiente. Segno che il genere inizia a muoversi ed allontanarsi dal pantano in cui si è cacciato negli anni zero. Non posso che gioirne.

E’ tutto anche per il 2012. Se qualcosa vi è sfuggito potrete beccarlo nei 3 mixtape recentemente prodotti da noi Groovenauti, dentro ci troverete diversi pezzi tratti anche da questi mangnifici 15.
Buoni ascolti!
Luke

sabato 12 maggio 2012

Occhi di Astronauti: fuori ora “La città verrà distrutta domani”



Dopo oltre due anni di lavoro esce “La città verrà distrutta domani”, il primo intenso disco di “Occhi di Astronauti”, duo composto dal rapper Polly (già “Lato Oscuro della Costa” e “Delitto Perfetto”) e dal produttore Max Prod (anima musicale dei “Groovenauti”). 
Due personalità forti, esploratrici di linguaggi vocali e musicali complessi e stratificati, capaci di fondere poetica rap e paesaggi sonori elettronici in un disco di 15 pezzi che esplora le varie forme del rap nella zona grigia tra elettronica e bass-music.
A qualche anno di distanza dalle entusiastiche recensioni di album come “Doublethinkers”, “Beauty Industries”, “Amore morte rivoluzione” e “OverKill”, La città verrà distrutta domani si propone come un nuovo pianeta nel micro-universo del rap elettronico sperimentale in Italia.

Tra sci-fi ed analisi politica, tra echi dub e beat caustici sull’astronave orbitante di Polly e Max Prod anche ospiti d’eccezione come il cantautore ravennate Vis, i rapper Lord Assen, Brain (Fuoco negli occhi) e Tesuan (Mr Hellink). E ancora, nell’universo creato sull’asse Ravenna-Trento, c’è spazio anche per lui, l’asteroide alfa che ha dato il là al sotto-genere dell’hiphop che oggi non si può non definire di matrice “Anticon”: dalla Bay Area, il solo ed unico Sole, ispirato autore di una strofa perfetta in “Still Alive”, il terzo pezzo del disco.

Tra isole spaziali, notti d’oro, spiagge industriali, tachicardie e ballate del petrolchimico, non basterebbero “giorni di 100 ore” per descrivere le galassie sonore racchiuse nella “città che verrà distrutta domani”.



Max Prod & Polly aprono le porte della loro base spaziale. Si può scegliere se salirci percorrendo uno ad uno i gradini digitali (il primo si chiama “L’Isola” ed è già disponibile su www.occhidiastronauti.com) oppure richiedere il digipack ed entrare fisicamente nell’astronave. In ogni caso non dimenticarsi di indossare cuffie, casco e tuta spaziale.
Il viaggio comincia. Ascoltalo: http://www.occhidiastronauti.com/post/22897003565/lacitta

venerdì 3 febbraio 2012

From New Zeland with love: l’ondata reggae-soul-dub che fa bene alla musica.

Di recente mi sono concentrato sulla provenienza geografica di alcuni dei musicisti che più mi hanno dato in termini di emozioni e stimoli in questi ultimi 2/3 anni. Ne è emersa una mappa insolita, quantomeno se paragonata a quella che idealmente avrei potuto compilare qualche anno fa. Le zone calde (e l'aggettivo non è casuale dato il tipo di musica) risultano quindi posizionate e concentrate sopratutto nell'emisfero australe, in corrispondenza di quella zolla di terra che va sotto il nome di Nuova Zelanda. E' lì dove gli stereotipi cadono, dove la creatività si fa più forte e dove certi tipi di suono possono sprigionarsi senza troppo badare all'evolversi delle scene musicali maggiormente considerate, vedi quella del nord Europa per ciò che riguarda la musica elettronica (e con questo termine comprendo dal dub-step al dub-soul ma anche elettronica in senso stretto e quella zona grigia tra electro djing ed hiphop) e quella americana, sponda brooklyn, per ciò che riguarda il nu-rock contaminato da presenze afro-americane ed echi soul. Ecco in Nuova Zelanda, dove evidentemente non si gioca solo a rugby ma si produce anche dell'ottima musica fondendo folk locale al soul più classico e prendendo ispirazione solo a tratti dal mondo dei club europei e dei loro dj, per poi continuare a tracciare una via propria grazie ad una musica maggiormente suonata, più corale e reggae nello spirito (ma anche ne suono e negli strumenti utilizzati), in Nuova Zelanda dicevo, il suono non si uniforma ma si modella su un genere che, in Europa per esempio, solo gli inglesi (sponda Brighton) Belleruches riescono a proporre. I capostipiti del suono con cui possiamo identificare a tutti gli effetti la Zelanda sono certamente i Fat Freeddy's Drop, un assembramento di 6 musicisti in grado di comporre suite dub di 8 minuti e di esplodere in momenti di assoluta estasi sonora. Gruppo positivo per antonomasia. Stessa positività e grinta, condita da punte introspettive degne del miglior soul afroamericano, anche da parte di Ladi6, regina assoluta del soul neozeolandese che con il suo "the liberation of" ha stregato l'Europa nel 2011 (aprendo anche qualche tappa del tour dei Fat Freddy's). Stesso mood ma un po' più cinematico e sintetico è quello che è in grado di portarci Julien Dyne, anche lui influenzato non poco dai compagni di viaggio Fat di cui ha assimilato l'estetica ed i tempi dilatati del dub. Se Ladi6 ha energia da vendere, non è da meno Selah Sue, altra artista donna con una voce molto simile e un suono altrettanto energico e positivo. Reggamuffin d'autrice. Sarà un caso poi (ci credete sul serio?), ma artiste di sesso femminile in Nuova Zelanda mettono voce ed atteggiamento davanti all'apparenza fisica, proprio come le soulsinger degli anni 60/70 (remembering Wendy Rene) ed in netto contrasto a ciò che accade oggi nei circuiti commerciali Americani ed Europei. Sempre restando in ambito femminile, come non citare Iva Lamkum, voce che nobilità i pezzi più intensi ed incredibilmente funky dei Sola Rosa, altro gruppo che ha fatto impazzire l'Europa nel 2010/11 con una release memorabile: get it togheter. Ma l'elenco di nomi non finisce qui e vedi l'aggiungersi di Electric Wire Hustler, leggermente più europei e meno debitori agli strumenti suonati dal vivo ma altrettanto sul pezzo nel comporre l'estetica musicale neo-zelandese. In breve, non ce n'è, in questo momento è dal continente australiano che provengono le produzioni più interessanti e fresche, quelle che riescono a portare un po' di novità anche nel panorama europeo e americano. Senza nulla togliere alla scena berlinese o a quella inglese, sempre un passo avanti rispetto a tutti, ma in altri ambiti. Nu Soul, Nu Raggae, NU ZELAND. Chi l'avrebbe mai detto? Luke

domenica 25 dicembre 2011

I migliori dischi del 2011

Roba che concilia. 1) James Blake – James Blake 2) Ghostpoet – Peanut Butter Blues and Melhancony 3) Modeselektor – Monkeytown 4) 13 & God – Own your ghost 5) TVOR – Nine Types of Light 6) Sbtrtkt – sbtrtkt 7) Shabazz Palaces – Black-Up 8) Robot Koch – The other side 9) Burial – Street Halo 10) Emika – Emika 11) Dels – Gob 12) Robot Koch & John Robinson – Robot Robinson 13) The Black Keys – El Camino 14) Alias – fever dream 15) Gill Scott Heron & XXL – we are new here

domenica 23 ottobre 2011

Falling Trees - Mixtape autunnale

Autunno, sensazioni multicolori, cambiamenti fisici e mentali. Tempo multisfaccettato. Ho compresso tutto questo in un mixtape confezionato con tracce uscite a ridosso o in questo periodo. Robot Koch, Modeselektor, Paul White, Exile, Example, Kasabian, Antipop Consortium, Rustie, Shabazz Palaces, Kanye West, Jay-Z. Buon ascolto autunnale. Luke Ascolta e scarica su soundcloud.

sabato 28 maggio 2011

The revolution will not be televised…addio Gill.

E’ morto a New York a 62 anni per una malattia incurabile Gill Scott Heron, una delle personalità più forte nella musica mondiale. Voce degli afroamericani fin dai tempi delle black panthers con i suoi intensi scritti e fondamentali dischi che parlavano di rivoluzione.

Negli anni ’70 ha dato vita di fatto al movimento musicale di protesta che ha sempre accompagnato le black panthers ed ogni movimento per i diritti civili degli afroamericani. Ha di fatto dato voce nelle radio a ciò che stava accadendo nelle strade del Bronx e di Harlem:

Nel 2010 è uscito il suo ultimo album “I’m new here” un capolavoro assoluto di black poetry/spoken word su basi elettroniche. Lavoro innovativo che lo aveva rimesso sulla mappa musicale mondiale dopo alcuni anni di silenzio. Nel 2011 è uscito “we are new here“, remix dell’album per mano di XXL, dj inglese che ha saputo dare voce a Gill anche su ritmi dubstep ed elettronici.

Oggi piango la sua morte, perchè anche attraverso i suoi dischi ho compreso una parte del mondo ed una parte di me, quella più legata alla cultura afroamericana che a quella bianca europea.

Una leggenda che non verrà celebrata probabilmente come tale, visti i suoi trascorsi reazionari, ed è triste pensarlo.

A 62 anni era ancora in grado di innovare e di parlare alla sua gente comunicando messaggi positivi. Il mondo sentirà la sua mancanza. Basta ascoltare “Me and the devil” per rendersene conto:

In me porterò sempre il ricordo dei suoi dischi acquistati in un “bargain floor” in un polveroso negozio della grande mela, dove ha vissuto la gran parte della sua vita (Bronx) e dove ha di fatto dato il là al movimento rap (è stato il primo a “parlare” su una base).

Un abbraccio forte Gill, mi mancherai, mi mancherà sapere che c’eri…

domenica 26 dicembre 2010

Playlist 2010: i migliori dischi dell'anno

Di seguito pubblico come da tradizione la classifica di quelli che a mio parere sono stati i migliori dischi dell'anno. Quella del 2010 è stata un'annata davvero molto ricca di uscite sia in abito hiphop che rock, dub step e soul. E se sul primo posto di Aloe Blacc con il suo suono a metà tra Marvin Gaye e Steve Wonder creato dalla geniale band dei El Michaels Affairs, non ho mai avuto dubbi fin dal primo ascolto, gli altri album se la sono giocata fino all'ultimo. Rimangono fuori a malincuore dischi come "New Amerikah part 2" di Erika Badu, "Gutter Water" di Oh No + Alchemsit, "III" di The Budos Band e soprattutto 2 dischi che hanno segnato il mio 2010 ma che non essendo dischi usciti quest'anno non ho inserito nella classifica: Fat Freddy Drop "A true story" e "Mr Bondigga". Sarebbero ai primi posti. Decisamente. Procurateveli.

Qui potete scaricare e ascoltare una playlist di 30 minuti con pezzi tratti da alcuni degli album in classifica (è in mono causa problemi tecnici):

Playlist 2010 compiled by Luke.

giovedì 29 luglio 2010

Le forme della musica - di rientro dallo splash festival

La musica gira. A volte fisica su formati disparati, altre invisibile tramite pure frequenze, come dalle casse di un soundsystem durante un live in cui non si capisce bene quale sia il supporto che la produce, quali siano i mezzi grazie ai quali si diffonde. La musica può essere ovunque in mille forme nello stesso momento. Di recente ho assistito all'immenso e super organizzato Splash Festival, il raduno più grande d'Europa di musica hiphop in tutte le sue accezioni, dalle più hardcore e grezze alle sue evoluzioni più contaminate ed elettroniche. 4 palchi, 4 macro categorie sotto le quali raggruppare i diversi stili nel fare hiphop. Line up di oltre 50 artisti tra i quali: Wu Tang Clan, Antipop Consortium, Large Professor, Jachoozy, Dorian Concept, Missy Elliot, Hudson Mohwake, Guilty Simpson, Nas, Damian Marley. Una cornice surreale: da una parte il verde incantato della Sassonia e dall'altra un muro di macchinari in disuso alti 30 metri e pesanti 1300 tonnellate, modello transformers, utilizzati negli anni 60 per scavare siti minerari e cave saline. Quanto di più street accanto a quanto di più montano e outdoor. 2 mondi a confronto, un pancrazio in cui si incontrano mille stili, mille facce (stimate 100.000 persone), mille colori. Quanto di più difficile da immaginare per un italiano abituato a mega concerti di vasco rossi o rave techno con artisti impasticcati quanto il loro pubblico. Il tutto realizzato con una estrema cura per i dettagli: dal campeggio gratuito aperto a tutti 24 su 24, all'attenzione all'immagine, a che tutto fosse coordinato e presentato con i colori, i font, gli stilemi del festival. Una cosa ben fatta insomma. E la musica ha ringraziato. Era presente sotto forma di dischi tra le bancarelle, sotto forma di artisti intenti ad ascoltare ed ascoltarsi (gli Jachoozi che seguono con devozione tra il pubblico gli Antipop consortium è una delle immagini che porterò con me nel mio personalissimo dizionario sotto alla voce umiltà e rispetto), e ancora sotto forma di strumenti con Gentleman e Damian Marley ed il loro reggae per l'Africa. Era presente sotto forma di parole, tante, grazie a MC di livello superiore in grado di rendere quanto di più funky hiphop e quanto di più hiphop funky. Magia. Oltre a delle orecchie malandate, porto a casa molto da questo festival, su tutto una ritrovata armonia con la scena dei supporter della musica che amo, e ancora un maggior rispetto di quello che avevo prima per artisti amati comunque da sempre. Bello vederli esprimersi genuini, dare il meglio come in un loro concerto da solisti, sputare rime e note come se non ci fosse un domani, sentendosi forse pure loro parte di qualcosa di grande, di un evento capace di riunire in un paese sperduto della Germania dell'est, migliaia di persone con la voglia di ascoltare musica estremamente underground e, di riflesso, estremamente genuina.
Splash Festival, 13° edizione - Ferropolis (DE) 23/24/25 Luglio 2010 Luke Ringrazio Elena e Max fidi compagni di viaggio senza i quali lo splash non avrebbe avuto il senso che ha avuto.

lunedì 28 giugno 2010

Thanks Mike

Un anno fa se ne andava Michael Jackson. Grazie ala sua musica è cresciuta una generazione di artisti che oggi può realizzare un pezzo, una cover, del genere. Brividi ampiamente autorizzati: Aloe Black -Stones Throw - 2010. After Mike.

venerdì 11 giugno 2010

Flying Lotus - cosmogramma

Da quando sono rientrato da New York sto sentendo davvero tanta buona musica e con rinnovata curiosità per le sperimentazioni e per i tentativi di andare oltre al monotono che impera un po' ovunque: nella vita, nella musica, nel cinema, nel paese. Per questo voglio segnalare un disco che è più di un disco, un'evasione dalla monotonia. Vi presento Cosmogramma, l'ultimo lavoro di Flying Lotus, l'anti-monotonia.

C’è poco da fare, a volte essere figli d’arte aiuta, ma qui non c’entra il paraculismo di italiana pratica e memoria. Si parla di vera arte, di ispirazione e di interpretazione della realtà musicale, forse globale, attraverso altre categorie. Forse senza toccarle del tutto le categorie. E’ un pensiero che sovviene naturale all’ascolto di Cosmogramma, ultimo lavoro di Steven Ellison, alias Flying Lotus, alias il nipote dotato di Alice e John Coltrane. L’ultimo della pista in fatto di pedigree…

Tre gli album prodotti dal 2006 ad oggi: 1983, Los Angelese e appunto, Cosmogramma. 3 steps evolutivi non solo personali ma di genere probabilmente. 3 balzi in avanti costanti partendo dal retaggio dell’immortale James Ynacey “J-Dilla” e da quello di casa Coltrane per arrivare ad un approccio totalmente nuovo nei confronti di quell’hiphop strumentale che sembra ormai la declinazione più genuina dell’estro creativo di chi ancora oggi intende cimentarsi con i 4 quarti senza risultare monotono e scontato. “Los Angeles” aveva tracciato il segno, ma a scavare il solco tra “tutto quello che si è sentito del genere hiphop elettronico strumentale prima di Flying Lotus” e “quello che si è sentito dopo” è proprio questo nuovo album, Cosmogramma, dove si uniscono Jazz, boom bap quantizzato, afro-beat viscerale di madlibiana interpretazione, elettronica (c’è anche lo zampino di Dorian Concept e di Tom Yorke), accenni di dub-step e trip hop, in dosi mai così amalgamate tra di loro. Ci sono echi di Coltrane appunto, riverberi “dilliani” e beat eclettici vicini a Janeiro Jarel, ma in definitiva tutto è reinventato totalmente ed ad un tale livello di perfezione che il genere nascente dalla mente e dalle vibrazioni di Ellison rappresenta per davvero qualcosa di nuovo, anche se di non drastico dato che Lotus ci ha accompagnati nel suo percorso evolutivo fin dall’esordio in warp con “1983″. Siamo certamente davanti ad una nuova cosmologia di suoni, ed il titolo dell’album non è casuale.

Possono esserci dischi più facili, più immediati e più facili da restare impressi nella memoria rispetto a Cosmogramma, ma ce ne saranno pochi, in questo 2010, in grado di far porre all’ascoltatore la stessa attenzione che richiede qualcosa di nuovo, qualcosa in grado di partire dalle radici jazzistiche della musica nera per stravolgerne e re-interpretarne i canoni stessi. Flying Lotus è la nuova “New Thing”.

Voto: 10

domenica 7 marzo 2010

E' nato groovenauti.com!

Era il 2005 e sul web nasceva improntakru.com, il primo spazio virtuale in cui i progetti della nostra crew potevano trovare una divulgazione più ampia. Quel sito ha visto nascere discussioni, progetti, suggestioni reciproche per tutti i membri della crew, lontani fisicamente gli uni dagli altri, ma anche grazie al portale, sempre in connessione. Recensioni, video, foto, segnalazioni e progetti in free download, costituivano l’ossatura del nostro mondo virtuale. I tempi di facebook, myspace e di tutti i nuovi mezzi di comunicazione nati con il passaggio al web 2.0, erano ancora lontanissimi…5 anni a livello telematico possono rappresentare un’era geologica.

E proprio i nuovi mezzi, più veloci, fruibili ed aggiornabili hanno spostato l’attenzione da improntakru.com a nuovi spazi virtuali in cui portare avanti più velocemente i nostri progetti, senza la necessità di gestire il tutto su un portale macchinoso e a volte complicato da mantenere.

Parallelamente i progetti del gruppo Impronta, si sono naturalmente frammentati ed ogni membro ha scelto la sua via: chi il writing, chi il disegno, chi il rap, chi la musica, chi il fumetto, chi la scrittura. Dalle ceneri del gruppo allargato sono nel frattempo nati i Groovenauti (Max e Psycho), impegnati a tenere vivo lo spirito originale dell’impronta, continuando anche a curarne il sito internet.

Oggi, a marzo 2010, quel sito non esiste più. Il suo ciclo si è chiuso definitivamente ma in favore di un altro che già in altri spazi virtuali si stava muovendo da un po’. Oggi si necessita di uno spazio dove tutto sia condivisibile, dove i contenuti siano aggiornabili costantemente e dove le discussioni possano proseguire in maniera più fluida. Si riparte da qui quindi, da www.groovenauti.com e da tutto quello che potrà rappresentare, di nuovo, per l’impronta e per chi ci leggerà da esterno.

Non sarà solo un blog di informazione sulle attività dei Groovenauti, ma anche un portale di musica, dove trovare news fresche su progetti musicali underground, concerti, recensioni di dischi che amiamo, podcast, video e quant’altro riterremo (e riterrete) opportuno.

Benvenuti quindi, si riparte. Il Groovenautilus scalda i motori.

mercoledì 16 dicembre 2009

Workshop di produzione musicale e cultura hiphop con i Groovenauti - Trieste 12/13 dicembre

Sabato 12 e domenica 13 dicembre a Trieste è andato in scena la prima parte di uno workshop di produzione musicale e di scrittura rap organizzato dal centro giovani Smac capitanato da Riccardo Taddei con il supporto di noi Groovenauti e di alcuni solerti collaboratori. L'obbiettivo del laboratorio, strutturato su 2 week-end totali, è quello di trasmettere le basi della cultura hiphop, il concetto di linguaggio e scrittura rap e della composizione musicale con software di home-recording ad un gruppo di ragazzi rientranti in un progetto di recupero del disagio sociale. Questo ci ha portati a lavorare 2 pomeriggi di 4 ore l'uno su concetti quali la metrica, il ritmo, il linguaggio rap, il modo corretto di approcciarsi alla musica e alla scrittura e come sfruttare questo per incanalare la propria rabbia e creatività. 20 ragazzi si sono ritrovati a discutere, confrontarsi, porsi domande, su ciò che è per loro la musica e su come imparare a fare propri alcuni strumenti e tecniche. Nel prossimo incontro che si terrà a gennaio si tireranno le somme di quanto appreso ed i ragazzi potranno registrare su disco il loro primo, personalissimo, lavoro rap. Un lavoro che ci riempie di soddisfazione quanto di orgoglio. Ecco alcune foto della 2 giorni:

giovedì 10 dicembre 2009

Groovenauti Beauty Industries: la ricerca di strade alternative coinvolge tutti...

Pubblico la recensione di ROCKIT.IT, il più autorevole e importante portale di musica italiano. Era un sogno arrivarci su, lo è ancor di più ricevere la più bella recensione possibile che coglie il senso pieno dell'album e del nostro modo di fare musica e scrivere."Quello che subito si percepisce davanti al nuovo lavoro dei Groovenauti è lo spiazzamento tutto italiano di fronte alla proposta di un lavoro altro, la profonda sperimentazione che muove da un genere ricco di stilemi come il rap. "Beauty Industries" è un prodotto che si presenta come giusta evoluzione di quel percorso che il gruppo trentino sta sviluppando dal 2005, e che vede un tentativo di riformulazione del genere attraverso la contaminazione e la ricerca di influenze da campi esterni (musicali e non), realizzando una prospettiva nuova nei confronti del linguaggio e dell'estetica del suono rap. Tutto questo in un concept musicale che prende sicuramente ispirazione dalla figura epica di El-P e di quella produzione indie americana (Definitive Jux e Anticon) che per anni ha cercato, affermando, un modello di hip hop sperimentale caratterizzato da basi classiche ed elettronica, cocktail di suoni e melodie che si stracciano e si mescolano in un collage postmoderno bruciato e distorto. "Beauty Industries" si presenta quindi come un piccolo prodotto avanguardista nostrano. Musicalmente, come detto, la proposta si muove in modo anticoniano. Basi classiche incontrano un'atmosfera fatta di rumorismi e suoni storpiati da un'elettronica massiccia. Melodie che si fondono, alternando il suono di un pianoforte alla durezza di ritmi metallici e batterie pompate ai limiti dell'industrial. Metriche supportate da un lessico pesante perchè frutto di tematiche pesanti: su tutto la descrizione asfissiante di un mondo postindustriale assuefatto dal denaro. Un ottimo lavoro, interessante e senz'altro apprezzabile per l'impegno a coordinare intorno al disco un progetto che coinvolge musica, video e grafica (con le illustrazioni del fumettista fiorentino Ausonia). Da ascoltare e supportare, per gli afecionados al genere come per i detrattori, ché la ricerca di strade alternative coinvolge tutti."

venerdì 13 novembre 2009

Groovenauti Beauty Industries, un'altro pianeta...

Con un pizzico di autocelebrazione pubblico la recensione di rapper.it all'ultimo disco dei Groovenauti. ‹‹Rendimi commerciale. Vendimi ciò che ho di razionale›› – Psycho Dopo il viaggio intergalattico di Over Kill , i Groovenauti fanno ritorno sulla terra e dentro ai loro occhi si dipana uno scenario desolato, dove trova vita Beauty Industries (The Soundtrack), un album che fa da colonna sonora ai disegni del fumettista Ausonia. Fantasticamente e favolisticamente immerso nell’esaltazione della vera musica sperimentale, si avvicina di molto ad uno scenario post industriale dove gli uomini vivono come androidi; un mondo fatto da soubrette al parlamento ed edicole votive al dio denaro, come conseguenza della catastrofe di un 2012 realmente avvenuto. Dal sapore noir e dal retrogusto compulsivo, l’ambiente risulta essere un energico groviglio claustrofobico. L’esaltazione della diversità artistica è data dal concept strofico di Psycho. In sordità temi scontati, il tutto è trattato con molta consapevolezza dell’informazione, che porta ad una ricerca testuale molto intelligente e lontana dai canoni rap. Chi sperava in un futuro musicale evoluto alla pari dell’Anticon ha finalmente la testimonianza diretta della sua probabile avvenuta. Le produzioni allontanano il semplicistico, per calarsi nell’immenso universo di suoni miscelati tra sintetizzatori, pianoforte, batteria, chitarre, bassi e altre delizie. Un connubio melodico capace di stringere la mano al downtempo moderno di Blockhead e poi discostarsene in modo radicale grazie alle impronte sulla storia lasciate da El-P. Le parole si prefigurano come descrizione di luoghi spazio-temporali, che i suoni riescono perfettamente a rievocare senza tanta difficoltà. L’elettronica, l’innovazione, l’alternativa all’immaginazione, il concetto stesso dell’arte musicale. Di un altro pianeta. (Makia, rapper.it) Tracks: 01. Lo Scafandro e La Farfalla [prod. Max Producer] 02. Tenebra [prod. Tekem] 03. Dall’Oblò [prod. Giuseppe Donatacci] 04. Il Cosmo Interno [prod. Max Producer & Tekem] 05. Economia Post-Industriale [prod. Max Producer] 06. La Luce Si Spegne [prod. Max Producer & Tekem] 07. Vita Artificiale [prod. Max Producer] 08. Io Sono Il Simulacro [prod. Max Producer]

domenica 1 novembre 2009

Groovenauti - Beauty Industries FUORI ORA!

Dalle pagine della graphic novel Beauty Industries, realizzata dal fumettista Ausonia ed edita da Leopoldo Bloom, nasce la colonna sonora ufficiale by Groovenauti presentata in questi giorni a Lucca Comics 2009 e distribuita nelle migliori fumetterie d'Italia da Pan distribuzione. 8 pezzi in grado di ridare vita in forma musicale allo scenario industriale e distopico immaginato dall’artista, dando voce ai personaggi grazie all’utilizzo del linguaggio rap su basi elettroniche dalla forte influenza rock. Suoni sperimentali ed immaginario fumettistico si fondono per un’esperienza di ascolto/lettura unica nel suo genere e senza precedenti. Ad impreziosire cover e booklet del disco, le tavole originali di Ausonia. In un mondo totalmente governato dalle industrie e dalle logiche economiche, si muovono personaggi costretti a vivere in scafandri per proteggersi da un'aria urticante ed irrespirabile. Tutto è sacrificato in nome del rispetto del ciclo economico e e ciò che appare vero e reale non è che un costrutto della macchina produttiva delle "belle industrie". Un occasione per riflettere sul nostro tempo e su quello che ci stiamo perdendo. Basso e batteria, synth e china, voci e campioni: Beauty Industries by Groovenauti. Per ordinarne una copia direttamente agli autori: info@improntakru.com Per pre-ascolti e info: www.myspace.com/groovenauti

mercoledì 21 ottobre 2009

Il rap al tempo della crisi

Leggo su "Libertad" e riporto per diffondere ulteriormente un pensiero che condivido dalla prima all'ultima parola su un tema che tocca da vicino una mia passione. Militant A che scrive l'articolo è rapper storico degli Assalti Frontali, gruppo da sempre impegnato attivamente per diffondere la cultura hihphop nello stivale anche grazie all'approccio impegnato verso i testi. I club Dogo ne sono invece l'antitesi e sono anche tra i più amati, imitati ed ascoltati rapper in italia. Il rap al tempo della crisi. di Militant A Ieri ricevo un sms amico che mi dice: i Club Dogo hanno fatto un rap in cui ti mandano “affanculo”. Vado ad ascoltare la canzone su Youtube e trovo questo turpiloquio che mi riguarda e che un po’ fa ridere e un po’ mette tristezza. Si chiama “XL Rockit dissing”. (http://www.youtube.com/watch?v=rGr-V6OhPmA) Non me l’aspettavo perché arriva a freddo. Rifletto qualche secondo in silenzio, poi penso che nel mondo del rap la polemica è sale e può diventare crescita collettiva se indirizzata in un verso positivo. Così scrivo queste righe per il movimento. Dei tre componenti dei Club Dogo, è Gue Pequeno (spalleggiato da Dj Harsh, sedicente promoter di concerti al Leoncavallo), che si prende la briga di offendere in modo diretto ed esplicito me, femministe e giornalisti che si azzardano a criticarli. Il loro problema con me, in particolare, nasce da un articolo apparso sulla rivista “XL” di giugno. Una lunga intervista uscita anche in versione video (richiesta e organizzata dalla loro casa discografica), in cui in veste di “inviato” domandavo loro il perché di alcuni “rumors” che girano nella scena dei centri sociali, in particolare il linguaggio sboccato dei loro testi riguardo le donne spesso definite “troie” e il fatto che il massimo della vita nel loro immaginario è “pippare cocaina”. In tutto l’articolo faccio spiegare liberamente cosa pensano e alla fine mi prendo la libertà di scrivere un paio di righe di mio pugno riguardo il fatto che un rapper, a mio avviso, in quanto comunicatore deve sentire la responsabilità di quello che dice. “Si è fatto tardi ed è ora di ripartire. Mentre vado non posso non pensare alla piazzetta sopra il centro commerciale vicino a casa mia dove i ragazzi sentono le canzoni dei Club Dogo sui loro cellulari. Convinti di essere ribelli, ma schiavi. Ribelli schiavi. Dei soldi, dei vestiti, dell’idea che rimbalza da tutti i cartelloni e le televisioni che la donna sia una merce come le altre. Schiavi della coca. Schiavi a vita. Io un po’ di responsabilità me la sento, soprattutto per i più deboli e soli. Cioè quasi tutti. Ma spira un vento forte e contrario”. Questo è quanto. Invece di ringraziarmi per essermi sbattuto a Milano (su loro invito) per incontrarli, dopo 4 mesi di silenzio, all’improvviso, mi ritrovo offeso in pubblico da questi galantuomini. Non è solo un problema di insulti, è che sento aleggiare una sorta di violenza intimidatoria nel loro fare. Che pensare? Che chi entra in un nido di vipere non può che uscirne in qualche modo morso. Certo. E poi? Molti mi dicono di lasciar perdere, ed è quello che farò, ci sono cose più importanti nella vita di queste cazzate. Non risponderò con altre offese, né con imboscate alla Tupac Shakur, né con una riconciliazione per tornare a mangiare anche una volta alla stessa tavola. Ma tengo a precisare un paio di cose. Il problema è capire da che parte stiamo. La nostra condizione di precari a vita è stressante e bisogna pensare e ripensare sempre a quello che si fa e si dice. Perché possiamo finire in una guerra tra poveri oppure organizzare un sentire comune. A noi tutti la scelta. I Club Dogo dicono che Militant A è di Famiglia Cristiana perché faccio la morale e posso andare a fare in culo, ma la mia unica religione è quella di difendere il debole. E su questo non si transige. Nelle strade del nostro paese è in corso una caccia al diverso che si materializza con teste spaccate, accoltellamenti, incendi di locali omosessuali e di centri sociali. Nessuno può pensare di esserne estraneo nel degrado culturale in corso. La fobia dei Gay, del cazzo nel culo, degli insulti ai froci, passa dai camerati a Papa Ratzinger alle battute dei rapper e legittima mani assassine. E questo per me non passa. Io combatto il potere nelle sue mille forme odiose. E non sono quello che parla e basta. Se parlo di Carlo Giuliani nei miei concerti è perché stavo davvero a Genova in quei giorni a fianco a lui. Se parlo di comunità che resistono è perché ci vado davvero davanti alla base americana di Vicenza con i No dal Molin, o in Val di Susa a difendere le montagne dal business dell’alta velocità. Se parlo di droghe è perché so che vuol dire diventare tossici da cocaina. E se abbiamo occupato i centri sociali negli anni ’80 (dove tutti i rapper e i gruppi musicali cominciarono ad esibirsi) fu per dire: “No eroina”. Se parlo di chance nella vita la occupo davvero la scuola pubblica per difenderla dai capitali privati. Questa è la realtà di Assalti Frontali. La nostra vita. Se dovessimo incontrarci su queste strade, cari galantuomini del ‘2000, benvenuti, ci berremo un bicchiere insieme. Altrimenti dimenticate il mio nome. E cercate un altro nemico. Io sto in un altro gioco. Fonte: www.globalproject.info/

venerdì 25 settembre 2009